IL TEMPO CHE SCRICCHIOLA

di - 29 Dicembre 2015
La fantasmagoria, una forma di teatro, che in questo caso rappresenta un’ideologia, potrebbe essere il modello storico dimenticato per le pratiche artistiche di oggi, il modello per guardare e leggere in prospettiva la storia relativamente recente di un Paese. La Biennale di Kaunas in Lituania, alla sua decima edizione e intitolata Threads. A Phantasmagoria about distance, tira le fila sul passato e su una prospettiva futura attraverso una visione che non è quella dell’analisi storica, ma di una sintesi paradigmatica sul sistema complesso del mondo contemporaneo. L’alienazione del tempo e la dislocazione come paradigma processuale diventano una lente attraverso cui guardare presente e passato.
Le opere in mostra ci fanno riflettere su come il tempo del quotidiano abbia perso il suo significato, perché si vive in una compulsione esistenziale di istanti che ci passano accanto talmente velocemente da portarci in una dimensione sospesa. La Biennale, attraverso una vorticosa epifania di apparizioni, propone momenti di esperienza umana in una dislocazione temporale momentanea. Il passato emerge dal crollo di quella stessa distanza prospettica dichiarata dal curatore.
Attraverso la scelta del luogo, un vecchio edificio delle poste,  emerge, come afferma Bourriaud «Il concetto epico del castello spettrale». Posto al centro della città, il grande palazzo anni Trenta ormai svuotato e in attesa di essere destinato ad altro utilizzo , è un luogo carico di presenze e assenze che emerge come paradosso temporale a testimonianza di un passato recente.  Ad ogni sala o opera che si incontra si ha netta la percezione di essere condotti da un doppio flusso temporale, il cosiddetto doppelgänger un termine preso in prestito dal tedesco, composto da doppel, “doppio”, e gänger, “che va, che passa” (da gehen, “andare”): un continuo spostamento tra il passato e gli intrecci articolati del presente.
Carsten Höller ci accoglie con uno slittamento temporale, attraverso l’installazione di luci che lampeggiano ad ogni piano. Darius Ziura (foto in alto) crea una imponente installazione a tre mani ispirata dalla storia autobiografica di 3 amici divisi dal crollo dell’impero sovietico. Katie Paterson ci estranea dal contingente per traslarci nell’universo del nostro sistema solare attraverso una candela che trasmette il profumo unico, spesso sognato, di ogni stella o pianeta; il nostro tempo diventa relativo perché parte di un complesso sistema e 9 orologi corrispondenti al passare delle giornate stanno lì a farci riflettere sulla relatività del nostro sistema sulla Terra. Una serie di porte che si aprono da sole ma mai completamente, sottolineano, con sinistro rumore scricchiolante, il nostro passaggio da un ambiente all’altro: quest’opera del giovane artista lituano Julijonas Urbonas è una delle migliori metafore del nostro tempo; la porta socchiusa indica la difficoltà di saper apprendere pienamente dal nostro passato e al contempo di saper vivere con coscienza  il nostro presente.
Viviamo quello che Jonathan Crary in 24/7 (Einaudi) definisce «un tempo senza divenire, sottratto a qualunque delimitazione concreta o riconoscibile, un tempo senza ritmo sequenziale o ricorrente». Quel tempo sospeso immaginato da Emily Dickinson è forse l’unica formula per poter vivere il nostro presente: (poesia n.672) Non parlò mai – il futuro – / né delle sue profondità a venire/ rivelerà una sillaba – a segnali, / come farebbe il muto – / ma quando la notizia è maturata –/ la presenta in azione –/preparativi elude –/ o fughe – o surrogati –/ Se sia dono o condanna –/ lo lascia imperturbato –/ il suo compito è solo di eseguire /il telegramma che gli manda il fato.
Benedetta Carpi De Resmini

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