INVITO A HARLEM

di - 10 Dicembre 2010
A tre anni dagli
inizi facciamo il punto. Com’è nato il progetto Harlem Studio Fellowship, chi è
stato ad avere l’idea, chi è stato a metterla in pratica?

Il progetto è nato quando mi sono trasferito a New York
nel 2006 con una borsa di dottorato di cinque anni e una posizione
d’insegnamento di Storia dell’arte alla City University of New York. In
quell’occasione Ruggero Montrasio, gallerista monzese col quale già collaboravo
in Italia, mi ha proposto di avviare insieme un programma di residenza per
giovani artisti. Un’idea folle che mi ha entusiasmato. Siamo partiti con una
casa bellissima ma vuota; i primi artisti, i pionieri, hanno dormito su
materassi per terra e si sono costruiti il tavolo da pranzo. Col tempo ci siamo
strutturati, sempre cercando di mantenere il più possibile agilità e
flessibilità intellettuali e pratiche.

Harlem, perché
Harlem?

Inizialmente avevamo pensato a luoghi più canonici dove si
trovano studi d’artista e gallerie: Williamsburg o Chelsea. Ma poi abbiamo
scelto Harlem proprio in quanto luogo anomalo. Siamo agli antipodi rispetto al
conformismo che spesso caratterizza Chelsea e i suoi imitatori. Harlem ha
un’identità e una storia forte e tangibile, un carattere architettonico e una
dimensione sociale di quartiere. Siamo giunti a Harlem in una fase molto
interessante della sua storia, fra le tensioni dovute al processo di gentrification e la campagna
presidenziale ed elezione di Obama. Gli artisti di tutto il mondo che hanno partecipato
a HSF sono diventati parte integrante della vita del quartiere…

Com’è impostata
l’architettura delle residenze? Quanti artisti per volta, per quanti mesi,
selezionati in che modo?

Invitiamo da due a quattro artisti per volta, che stanno
per tre mesi. In casi eccezionali abbiamo permesso ad alcuni artisti di stare
più a lungo per ultimare progetti particolarmente complessi. Oltre agli
artist-in-residence, spesso invitiamo giovani scrittori, musicisti, curatori e
storici dell’arte per periodi più brevi. Questo ha dato vita a collaborazioni
estremamente proficue. Agli artisti diamo alloggio, spazio di lavoro e un
piccolo budget per i materiali. Una volta a settimana ho un incontro
individuale con ogni artista.

Chi è passato nelle
vostre stanze in questi anni?

Artisti da tutto il mondo. Per alcuni HSF è stato il
trampolino per nuove attività americane, come la svedese Lovisa Ringborg, che a
settembre tornerà a New York per una residenza a Location One, o il camerunese
Issa Nyaphaga, che ha poi esposto alla Biennale di New Orleans. Anche per gli
italiani si sono aperte buone opportunità: Valerio Ricci è tornato a New York
ad agosto presso il programma di residenza Chashama, Susanna Pozzoli ha esposto
il progetto che ha sviluppato a HSF al New York Photo Festival e al California
Museum of Photography di Los Angeles; Francesco Tumbiolo si è stabilito a
Brooklyn e ha appena avuto una personale al museo dello Smith College nel
Massachusetts. Ma è un’esperienza positiva non solo per gli artisti. Lo scrittore
Marco Mancassola ha lavorato a HSF al suo romanzo ambientato a New York, poi
pubblicato da Rizzoli; il curatore Lorenzo Giusti è stato a HSF a studiare le
strutture museali e prendere contatti newyorchesi nella fase progettuale del
museo fiorentino Ex3.

La struttura in cui
le residenze sono organizzate che caratteristiche ha? Che dimensioni? Come sono
divisi gli spazi?

Abbiamo a disposizione un edificio di tre piani con stanze
enormi (cosa assai rara a Manhattan), un giardino sul retro e un grande seminterrato.
L’architettura storica, tipica dei brownstone
fine-ottocenteschi di Harlem, è perfettamente preservata: dalle scalette
esterne si accede alle sale con pavimenti in parquet, camini monumentali e
soffitti con rilievi in stucco. La fluidità tra spazio vissuto, luogo
espositivo e atelier favorisce un rapporto intimo con gli ambienti per i quali
le opere sono pensate, raggiunto raramente in altri interventi site specific.
Intimità che poi si trasmette anche ai visitatori. Infatti gli artisti sono
liberi di muoversi tra il contesto formale della mostra e quello più spontaneo
dell’open studio o del workshop. Per cui possono esporre nei grandi saloni del
primo piano, ma anche nella cucina o nelle camere da letto, che sono la loro
casa durante il soggiorno a New York.

Avete anche messo in
piedi una proficua attività editoriale per sedimentare e documentare tutto il
lavoro fatto. Ce la raccontate?

Stiamo preparando un volume con Silvana Editoriale,
comprensivo di tutti gli artisti del primo triennio di HSF. Abbiamo pubblicato
i cataloghi monografici sugli artisti di HSF Reuven Israel, Marco Perroni,
Nicola Villa e il più recente, Susanna
Pozzoli: On the Block
, edito da Allemandi. In preparazione sono un libro
sul progetto di videoanimazione Roots
sviluppato da Mariagrazia Pontorno durante il suo soggiorno a HSF e uno su
Fumitaka Kudo.

Un’iniziativa come la
vostra costa. Com’è impostato il vostro business plan? Chi sostiene HSF?

Il progetto è interamente sostenuto e finanziato dalla
galleria Montrasio Arte. Mancando di sostegno istituzionale, si tratta, a mia
conoscenza, di un fatto unico nel suo genere, che si avvicina a un’iniziativa
mecenatesca d’altri tempi. Questo ci garantisce un’autonomia rara e costituisce
una piccola provocazione nel sistema dell’arte newyorchese.

a cura di massimiliano tonelli

Harlem Studio Fellowship

128W 121st Street – 10027 New York

Info: www.harlemstudiony.org / www.hsfny.wordpress.com

[exibart]

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