L’incontro tra chi guarda e chi crea

di - 14 Gennaio 2016
Fin dal titolo, “Gli immediati dintorni”, Chiara Camoni (Nomas Foundation – Roma fino al  26 Febbraio) ci avverte della  sua tenace volontà di stare vicino alle cose. Tra opere di oggi e di ieri  appare un flusso che evidenzia il continuum del suo linguaggio. Su un grande tavolo a “L” sono disposti alcuni testi che accompagnano la biografia dei lavori e dei pensieri, invitano a sedersi, a leggere. Poi il tavolo gira e si “entra” nella stanza. Piccole sculture in creta cruda si alleano, da lontano, con i proiettori che rimandano sulle pareti due  video di alcuni fa.
La percezione diffusa è quella di un dialogo attorno a un tavolo imbandito di visioni e oggetti che richiamano la sua vita. Le sculture in creta cruda, realizzate a occhi chiusi, sono dedicate alla figlia di pochi mesi. Alcune sono avvolte da ramoscelli, altre li portano in testa, una collana di osso sta davanti. Insomma c’è l’universo in cui Chiara ha individuato il  metodo per soggiornare presso le cose e farle emergere attraverso un gesto che coglie la dimensione ridotta, meglio “iniziale”. Come nelle minime sculture in terracotta che s’inanellano le une sulle altre formando grandi matasse multiformi.
Le sculture a occhi chiusi hanno la magmaticità del tatto, e la sorpresa del passaggio tra il vedere della mente e lo sguardo fisico degli occhi. Una relazione che Chiara usa anche quando lavora con gli altri. Come in uno dei primi lavori: il libro di disegni  realizzati dalla nonna, che erano lo snodo per imparare ad attraversare insieme l’età adulta. La passività dell’affetto lasciava spazio all’invenzione di un incontro consolidato dalla crescita. Le statuine in mostra sono speculari a quel gesto. In questo caso Chiara dedica alla figlia l’esperienza di reciprocità che ha accompagnato la sua decisione di essere artista, anche come nipote. Segnala il rapporto madre-figlia con un’altra nascita, quella della forma di una scultura, che aveva così tanto nella mente da passare automaticamente alle dita che la plasmano, senza neppure guardare.

Una metafora del materno, ma anche il modo per dire che, le cose che incontriamo nella nostra intimità, restano nei dintorni di chi le vede e di chi le ritrova nella propria memoria. Le opere di Chiara non stanno di fronte a noi, sono con noi. E la scelta di metterle sopra un tavolo è una chiave intuitiva e immediata.
Generazione e filiazione sono attributi dell’arte, Chiara li avvolge come in un nastro di un registratore, situando il play back nell’incontro tra chi guarda e chi crea. Il concetto di nascita biologica e artistica trova una metaforica parentela.
In questo senso vedo la possibile interpretazione di un materno che, soggiornando presso le cose e gli eventi, non si situa né nella polarità madre-padre, né in quella madre-figlio. Riguarda il sentimento più ampio di essere accolti: donne, uomini, madri, padri, figli, visitatori, lasciando a ognuno il compito di plasmare un proprio legame attraverso il gesto che qualcuno/a ha creato  suggerendo ad altri/e di trasferirlo nella propria interna vicinanza.
Il simbolo della creta cruda può essere visto come una via di uscita dalla  gerarchica, a favore di una libertà da “cuocere” secondo le proprie intuizioni per dare stabilità al magma emotivo che tocca uomini e donne, e che, nella dialettica generazione-filiazione, è sempre stato avvicinato al materno.  Un materno che ha una lunga storia di separazioni e subalternità sociali. Già con i disegni della nonna, Chiara, svicola da questa separazione facendone l’elemento di libertà per andare oltre le consuetudini affettive.

L’arte ha di per sé qualità materna. Essa, infatti, supera le distinzioni sociali affettive rendendo visibile un’origine, in cui altri e altre si rispecchiano. Succede anche col padre, è vero, ma la fonte biologica della generazione risiede nel corpo della madre, di cui l’arte può assumere la metafora, chiunque sia chi la realizza. È un grande spostamento per cui c’è ancora molto da pensare e da capire. Più che dalla dedica alla figlia, sono influenzata dalla sua idea generatrice della forma. Appare ad esempio nella grande installazione di vasi, non ancora cotti, che verranno completati, modificati durante gli workshop che Chiara stessa ha predisposto. In primo piano c’è la trasmissione del gesto iniziale da cui spesso Lei parte per individuare la figura. Quindi, qualcosa che fa da ponte tra la filiazione (chi partecipa al workshop) e la generazione nell’incontro tra l’opera in gestazione e chi la porterà a termine.
Forse è ancora presto per rintracciare un concetto di materno dove la dualità uomo-donna, non sia l’unico polo attivo, ma una delle modalità per avvicinarsi al senso originario della generazione.  Chiara lo fa spesso nelle sue opere ed è chiaramente visibile ne Il Tronco, 2013.  Con pochi segni dà a un albero, trovato in un bosco, l’immagine di un corpo di donna, archetipico e nello stesso tempo vicino al presente; alle sue spalle, a terra, una specie di scialle  trapezoidale intessuto con altre partecipanti all’opera, diventa simbolo della rete di relazioni che tutti incontriamo.
Francesca Pasini

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