L’uomo che volle farsi pittore

di - 15 Novembre 2013
«La seconda condizione per un ritratto è che esso non somigli al modello: la prima è che l’arte è arte». Parole di Edvard Munch, l’artista di una vita passata innovando per contrapporsi a tutti i movimenti del suo periodo, che ci ha lasciato un’immensa produzione, oltre un migliaio di quadri, 18mila stampe, centinaia di disegni. A quasi settant’anni vive alle porte di Oslo, nella sua tenuta di Ekely, è quasi cieco per una malattia agli occhi, si dedica all’autoritratto, forse un tentativo disperato per trovare l’origine di quell’angoscia che non ha mai allentato la sua presa.
Comincia con gli autoritratti la mostra di Genova, a Palazzo Ducale visibile fino al 27 aprile, organizzata da Fondazione Palazzo Ducale e Arthemisia Group 24 Ore Cultura, curata da Marc Restellini, per finire con L’Urlo, ma non quello dell’artista norvegese venduta da Sotheby’s per 120 milioni di dollari, ma quello realizzato da Andy Warhol, protagonista di una vera e propria mostra nella mostra con sei opere ispirate ai soggetti dell’artista norvegese.

A 150 anni dalla sua morte, uno spazio di tempo che continua a farlo sentire un innovatore non poi così distante dai nostri giorni, otto sezioni lo raccontano con ottanta opere, per costruire uno sguardo più intimo, meno conosciuto, per una lettura inedita, come la definisce Restellini,  possibile solo grazie ai prestiti di numerosi collezionisti. Lo stesso Tor Petter Mygland, collezionista presente all’inaugurazione sottolinea: «Un artista che ha dato molta importanza al ritratto e che sapeva inserire magistralmente nello sfondo l’anima del soggetto». È a lui che si devono la quasi totalità dei prestiti di persone che vogliono rimanere rigorosamente anonime. Alla domanda se ci sono opere che gli appartengono, Tor Petter risponde sorridendo: «Assolutamente no, Genova è una città troppo umida!». Tra le sue opere preferite una piccola Alma Mater, sullo sfondo una figura in disparte, un escluso dal gruppo, come si sentiva l’artista nel mondo, nel suo costante elogio al dolore.
Grande sperimentatore, in antitesi con tutto quello che lo circondava, era interessato a scoprire nuovi processi, come quando inseriva nei suoi dipinti fotografie e fotogrammi di film muti, e univa tecniche diverse quando ancora nessuno lo faceva. Oppure quando lasciava le sue opere esposte alle intemperie, alla “cura del cavallo”  tra gelo, sole e pioggia, per indagare gli effetti del tempo sulla sua arte.

Nelle prime sale di questa mostra dove si scoprono molte litografie e incisioni meno conosciute al posto delle grandi icone, si scopre un Munch più naturalista interessato al paesaggio, con influenze dall’Impressionismo. Solo l’inizio del suo viaggio interiore, che esplode  nella sala delle “Incisioni dell’anima”, dove protagonista è il mondo femminile, fatto di Madonne e Vampiri, opposti che si intrecciano in figure misteriose, divine o dannate, messaggi di vita e di morte. Una parentesi meno drammatica è rappresentata dai lavori eseguiti per l’amico oculista Max Linde, fatte nell’inverno del 1904, passato a Lubecca con la famiglia del medico, un ambiente tranquillo, per realizzare quattordici acqueforti e due litografie. Ci sono i ritratti dei Linde e dei quattro figli, vestiti alla marinaretta, apparentemente sorridenti, ma attraversati da una luce spettrale.
Dopo nemmeno un anno Munch è al lavoro per le scenografie di Ibsen di Spettri. Poi altri ritratti  nella sezione dedicata intitolata “Volti che vibrano”;  dietro alle pose pacate di un Jappe Nilsen, o di un Leopold Wondt, i colori  violenti rivelano un disagio esistenziale, in un presente che si dissolve. Stessa cosa che si vede nelle sue fotografie, scattava in movimento o fuori fuoco, come nei suoi disegni sdoppiava i contorni, osservava con un doppio sguardo, per indagare la psiche, per unire  interno ed esterno, e ricordare Freud: «La proiezione all’esterno di percezioni interiori è un meccanismo che ha una parte rilevantissima nel nostro mondo esterno».

Nascono volti che sono vibrazioni degli stati  emotivi, come confermano le parole del suo diario: «Non è precisamente la mia intenzione ricostruire la mia vita. Piuttosto è mia intenzione cercare le forze segrete della vita, per tirarle fuori, riorganizzarle, intensificarle allo scopo di dimostrare il più chiaramente possibile gli effetti di queste forze sul meccanismo che è conosciuto come vita umana, e nei suoi conflitti con altre vite umane». Le sue opere per lui dovevano raccontare quello chiamava il Fregio della vita (titolo anche di uno dei suoi capolavori), una sinfonia di ricordi, immagini, sensazioni, nate rivoluzionando convenzioni, strumenti e processi, attingendo da movimenti diversi, senza mai appartenerci.
Giusto, allora, definire Munch precursore dell’espressionismo, a cui però non volle mai aderire.

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