Milano exposta

di - 2 Maggio 2015
“L’Italia cambia rotta, con Expo” è stato il refrain che ci ha accompagnato per mesi, facendoci arrivare fibrillanti, ma anche esausti, al fatidico opening.
Ieri, mentre la città si è spaccata, invasa dai black bloc entrati nel pacifico corteo No Expo, scatenando il disastro della violenza, di cui vi raccontiamo nella nostra “Foto del giorno”, c’è stata anche l’altra faccia: quella della nascita dell’Esposizione.
In questo pezzo abbiamo deciso di osservare in modo imparziale il volto ufficiale del primo maggio 2015 di Milano, data che passerà alla storia nel bene e nel male.
L’inizio è buono: i treni della metropolitana, con cui arriviamo a Rho Fiera nel giorno dei lavoratori non sono efficienti, di più. Uno ogni tre minuti, come promesso, senza calca e affollamenti. Anche perché, in effetti, se c’era da aspettarsi un fiume umano nella giornata inaugurale dell’Esposizione Universale, c’è stato un po’ da ricredersi. Con buona pace della riproduzione della Madonnina del Duomo che accoglie i visitatori (nella foto di copertina).
Certo, pubblico non ne è mancato, ma complice l’ampiezza del sito – davvero “bigness” – e forse di un meteo poco incoraggiante, è risultato quantomeno ben diluito. Tanto che, a metà pomeriggio, l’area controlli per l’accesso al padiglioni era pressoché deserta.
Ma andiamo avanti. Il Premier Matteo Renzi ha dichiarato che «L’Italia abbraccia il mondo», e Papa Francesco parla di “globalizzare la solidarietà”. Belle parole che però chissà in quanti stranieri hanno compreso: durante la conferenza stampa di apertura è mancata la traduzione simultanea, come se l’italiano fosse lingua globale. Ahi noi, sappiamo che non è così.
Ma com’è, insomma, questo sito di Expo? Finito, almeno all’apparenza. Tirato lucido, perfetto. Godibile sotto l’immensa tensostruttura centrale che ha permesso un vago riparo da un’umidità non degna di una buona  primavera. Una bella passeggiata in un mondo che non c’è: perché nonostante quello che si dica, Expo è ciò che di più lontano dalla realtà possa esistere: un Paese incantato, un borgo omologato solamente dal camminamento centrale, dove ogni padiglione è un’isola che, almeno a una prima impressione, non dialoga con le vicine.
Anche in questo caso siamo eccessivamente critici? Forse, ma l’impressione generale è che oltre ai giochi d’acqua, alle parate in costume tipico, alla meraviglia di certe costruzioni (come quella giapponese, se siete appassionati di sushi & co., il Brasile che ha messo una bella rete elastica dove grandi e piccini possono saltare o quella del padiglione inglese con la sua maglia d’acciaio) si sia vicini ad un “Artigiano in fiera” in grande stile, manifestazione che milanesi e non conoscono molto bene, e che affollano in migliaia ogni anno, nei giorni precedenti il Natale.
Ma non ci accontentiamo di girovagare, ed entriamo in qualche “Stato”, quello spettacolare del Kuwait per esempio, dove anche in questo caso è “l’esperienza” che conta, un po’ come in un luna park. Infatti dovrete fare la fila per poterlo attraversare, e per poter guardare i tre ambienti; il primo all’ingresso basato sull’acqua, poi la volta celeste della notte, in un intervento che ricorda le stanze (Fireflies on the Water) di Yayoi Kusama, e infine una bella messa in scena di un temporale, con tanto di surround ai piedi, manco fosse il terremoto.
Ora siamo un po’ stanchi in effetti, ma non c’è una panchina a pagarla in tutto il percorso del Cardo e nemmeno sul Decumano. Volete sedervi, riposarvi? Quale buona occasione per entrare in un punto ristoro: solo qui (e la consumazione se non obbligatoria pare almeno gradita, anzi, indotta) potrete trovare un po’ di relax, tra una serie di impacci, «perché oggi è il primo giorno e molte cose non sono ancora arrivate». In molti padiglioni in effetti l’area food non è pronta, anche se gli shop sono ovunque, a partire dai grandi partner di Expo: Coca Cola, Mac Donald, Eataly, Lindt.
Cosa manca? Ma ovviamente un bello sguardo al famigerato Albero della Vita, che tante polemiche ha suscitato negli scorsi mesi, cercando di analizzarlo lucidamente. Imponente, certo. Bello? E non doveva essere pieno di verde, tra le altre cose? Rappresentativo? Diteci di cosa. Tra gli interstizi geometrici del “tronco” una serie di fiori stilizzati giganti, zampilli d’acqua raccolti dal laghetto cementificato sottostante e piuttosto maleodorante (e se ne sono accorti tutti, i visitatori incantati), che oltre ad essere luminoso ha azionato un particolare effetto speciale: spara bolle di sapone. Ora, senza nulla togliere (sic), vi esponiamo qui un dilemma che ci tormenta da parecchio tempo: se proprio ci fosse stato bisogno di un albero “spettacolare” e del tutto Made in Italy, c’è un Signor artista che da quasi cinquant’anni si occupa poeticamente di natura. Si chiama Giuseppe Penone, ha esposto a Documenta a Kassel (nel 2012), a innumerevoli Biennali di Venezia, nei giardini di Versailles, al Madison Square Park di New York, solo per citare le mostre più recenti. Chissà se avrebbe accettato l’incarico; quel che è certo è che l’idea di avere un albero di Penone in piazzale Loreto (dove in teoria dovrebbe essere destinato l’Albero di Marco Balich), sarebbe stato un autentico regalo per Milano. E decisamente meno dispendioso anche perché, ci chiediamo, quanto costerà la futura manutenzione dell’Albero della Vita? E chi se ne occuperà?
Altro? Per ora fermiamoci qui, avremo modo di tornare a scoprire Expo e tutte le sue manifestazioni correlate: quel che è certo è che tra carretti di gelati Algida, “Wine the taste of Italy”, pizza, gourmandise varie ed eventuali, aprendo il portafogli potrete andare via con la pancia più che piena. E se ovviamente la ciccia vi spaventa non intimoritevi, ci sono anche vari punti Technogym, con le attrezzature da palestra più innovative e costose, che vi permetteranno di smaltire l’abbuffata in eccesso. Chapeau.

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  • Bravi! Bellissima cronaca. Adesso mi è venuta voglia di vedere l'albero che spara bolle di sapone! ;)

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