Milk o gold revolution?

di - 23 Febbraio 2015
L’accademia Americana a Roma è un luogo speciale. Per la bellezza delle architetture e dei suoi spazi naturali ma soprattutto per le attività e le relazioni multidisciplinari che accende.
La presentazione annuale dei Rome Prize Fellows e dei Guest Curators evidenzia la qualità dell’impianto culturale, predisponendo una condivisione di obiettivi e ricerche che reagisce alla curiosità di chi vuole partecipare e osservare gli esiti di importanti residenze.
La mostra “Milk Revolution”(fino al 1 Marzo), che si focalizza sulle residenze, accanto ad altri cinque progetti che coinvolgono la città e la sua memoria, ne è forse il centro, come sembrava di leggere nell’opening di una serata tiepida benché di fine gennaio: multilinguismo, differenze di approcci, sale e biblioteca aperte, un via vai di persone, presenze istituzionali, artisti e operatori. Interessante allora che per l’anno 2015 la figura del guest curator sia stata rappresentata da un editor, quello di CURA, e che la mostra sia curata da due delle sue anime, Ilaria Marotta e Andrea Baccin, diverse per attitudine e carattere. Da un lato quindi l’attenzione dell’American Academy verso il settore editoriale dell’arte, una delle poche attività tutte italiane e ancora internazionalmente riconosciute per qualità e quantità, dall’altro l’evidenza concreta di un passaggio  – ancora tutto da meditare –  che vede nella pratica del curatore un melting tra la figura dell’editor, del visual, dell’autore e del critico.

“Milk Revolution” propone 18 artisti, scelti fra i residenti o, invece, appositamente invitati e  li distribuisce tra il giardino, il cortile, le sale espositive e la biblioteca. Sono Artie Vierkant, Vanessa Safavi, Bunny Rogers, Alessandro Piangiamore, Abinadi Meza, Cynthia Madansky, Adam Kuby, Corin Hewitt, Keith Hennessy, Elias Hansen, Francesca Grilli, Carin Goldberg, Martino Gamper, Anna Franceschini, Luca Francesconi, Andrea De Stefani, Gabriele De Santis, Tomaso De Luca. Il titolo e il concept della mostra, “Milk Revolution”, fa riferimento a Harry Smith – pittore, archivista, antropologo e regista – fotografato nel 1985 dall’amico Allen Ginsberg, nell’atto di trasformazione del latte in latte. Una candida e spaesante alchimia che sembra oggi rappresentare la risposta di una generazione obbligata a confrontarsi con grandi cambiamenti economici e sociali. Il rimando evocato è il ritratto istantaneo di un paradosso minimo e di sintesi, tanto corrosivo quanto impossibile. Spunto curatoriale per descrivere una fluidità che costruisce, sul passaggio di stato e sulla trasformazione, il centro di un progetto che giustappone residenti e invitati senza altra preoccupazione che la testimonianza di un dispositivo aperto e a-narrativo.
L’esito, a mostra aperta, ci coglie quasi di sorpresa. In particolare per due aspetti: l’esigenza di governare l’inaccessibile (o di ricollocare l’outsider) che traspare proprio dalla volontà di mettere a fuoco la condizione di metamorfosi continua del farsi; la formalità che scaturisce della proposta dominata da un chiarore raffinato, quasi mondano. Su questi presupposti, oscillanti tra paradigma e declinazione o tra giustapposizione e registrazione, emergono le singole opere in un insieme discordante che si mostra contemporaneamente attrattivo e ricercato.

Fra le numerose opere proposte il lavoro di Tomaso de Luca che agisce direttamente sulla memoria dell’arte, come uno studente su un vecchio manuale di storia dell’arte, o quello di Elias Hansen che gioca sull’alchimia tra vetro e forme, tra oggetti trovati e luce. L’opera di Luca Francesconi, che mette in mostra l’alterazione dei materiali tra scultura e gesto; quella di Corin Hewitt, che trasforma fotografie di vedute romane in salsicce infilzate e sorrette da selfie-sticks, accanto quella di Adam Kuby che distilla da una candida sedia di Ikea un puzzle archeologico a pavimento.
Oppure l’incontro con l’assenza di peso e di presenza, un paradosso immerso nella luce abbagliante, che gira nell’opera-video di Anna Franceschini e si contrappone alla rigidità dell’urbano e delle sue tracce nell’installazione spigolosa di Andrea De Stefani. Come il fluire sonoro di una fisica poetica, quella della neve, nel lavoro di Abinadi Meza che si contrappone al design ricercato e abitato da elementi deperibili di Martino Gamper. Ma è forse il lavoro di Francesca Grilli, residente italiana all’American Academy, quello che sembra centrare e superare il consapevole paradosso curatoriale di “Milk Revolution”. Lavorando tra costrizione e libertà, tra pensiero e poesia, tra azione e contemplazione, l’artista allestisce nel grande cortile quattro lastre di ferro che, in memoria della gabbia che hanno composto, ci restituiscono le tracce della sua costrizione. Dei falchi, liberi di muoversi tra libri e scaffali, ci accolgono invece nella biblioteca dell’Accademia Americana alla quale accediamo guardinghi: l’occhio e il volo del rapace che si muove accanto a noi ci disorienta e attrae verso una dimensione arcaica di cui i potenti animali sembrano custodi. Gold Revolution è appunto il titolo di questa performance “volata” sulla scena della cultura con tre falchi, quattordici testi sulla rivoluzione e sette poeti romani.

Laureata e specializzata in storia dell’arte, docente, critica e curatrice. Mi interessa leggere, guardare, scrivere e viaggiare, fare talent scout, ascoltare gli artisti che si raccontano, seguire progetti e mostre, visitare musei e spazi alternativi, intrecciare le discipline e le generazioni, raggiungere missions impossible. Fondo e dirigo Contemporary Locus.

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