Nuove pratiche per l’accessibilità culturale: il caso della Fondazione Pascali

di - 2 Giugno 2025

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici», così l’Articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sancisce l’universalità del diritto di accessibilità al patrimonio culturale come possibilità di crescita e arricchimento individuale e collettivo. Consapevole di questo diritto fondamentale e in vista dell’entrata in vigore, il prossimo 28 giugno, dell’European Accessibility Act – EAA, direttiva dell’Unione Europea pensata per garantire che prodotti e servizi digitali siano accessibili, la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare, già priva di barriere architettoniche, ha adeguato i suoi percorsi di fruizione rendendoli più accessibili e inclusivi.

Lo scorso 28 maggio, negli spazi della Fondazione, è stato presentato un vasto piano di iniziative per rispondere allo scopo, comprendente una nuova piattaforma web, un servizio di orientamento di ultima generazione (Blindtag), strumenti facilitatori e un programma di visite tattili e in lingua dei segni per tutti e tutte condotte da mediatrici cieche e sorde formate, letture animate e laboratori multisensoriali pomeridiani per adulti e bambini. A curare l’intero piano di inclusione è stata Valeria Bottalico, storica dell’arte esperta di accessibilità museale, pugliese di ritorno, con un’ampia esperienza nel settore compiuta in istituzioni prestigiose come la Collezione Guggenheim di Venezia e l’Accademia Carrara di Bergamo. A lei abbiamo chiesto di raccontare le novità presentate in Fondazione.

Cosa si intende per accessibilità culturale e museale e qual è lo stato dell’arte nei musei italiani?

«L’accessibilità rappresenta il diritto di ogni cittadino di fruire del patrimonio culturale e l’assunzione di una visione da parte, prima di tutto, delle istituzioni. Il principio della mediazione dei contenuti a diversi livelli e per diversi tipi di pubblico è un dovere, non un atto solidaristico. Ogni visitatore è portatore di bisogni e aspettative diverse, per rispondere alle quali è necessario progettare azioni e strumenti di accesso agli spazi e alle informazioni adeguate, abbattendo barriere fisiche, sensoriali, culturali, linguistiche. L’accessibilità culturale ha assunto grande interesse negli ultimi anni e la ricaduta sui cittadini risulta significativa, grazie anche ai fondi PNRR. Certo, bisognerà verificare, nel tempo, la reale attivazione di un processo a lungo termine e valutarne la sostenibilità anche in assenza dei fondi».

Cosa si intende per percorso accessibile e quali le azioni messe in campo alla Fondazione?

«Un percorso accessibile deve rappresentare un’esperienza gratificante per tutti e tutte. Permettere al visitatore di acquisire nuove competenze, consentire l’esplorazione diretta delle opere, lì dove possibile in originale, avere personale correttamente formato e dedicato, prevedere un percorso organizzato e specifico, differenziato per adulti e bambini. Disporre di materiali di supporto, illustrazioni semplificate, riproduzioni tattili, testi facilitati e in simboli CAA, font ad alta leggibilità e con immagine coordinata che segua i criteri di leggibilità e Universal Wayfinding. Rendere accessibili e inclusive le attività laboratoriali per tutti, non solo bambini. Molte di queste azioni, sono state messe in atto in fase di progettazione prima e realizzazione poi presso la Fondazione Pino Pascali. Inoltre, la proposta progettuale portata avanti ha visto il coinvolgimento diretto dei pubblici, nell’ottica del Design for all, e la formazione di future mediatrici culturali cieche e sorde, seguendo le orme e lo slogan “Niente (o Nulla) su di Noi, senza di Noi”».

Cosa prevede per il futuro, dopo l’attivazione degli strumenti e delle strategie messe in campo?

«L’accessibilità o, per meglio dire, la fruibilità, riguarda tutto il museo e va rivista costantemente alla luce delle esperienze dei visitatori. Non è mai definitiva. La presenza di nuovi e altri pubblici di cui conoscere caratteristiche distintive, bisogni e aspettative; l’uso costante e diffuso di strategie e strumenti tecnologici, che impongono di “rivedere” sempre nuove modalità di comunicazione; l’accessibilità, intesa nelle sue diverse declinazioni; la responsabilità sociale degli istituti culturali di promuovere l’inclusione e la partecipazione di tutti i cittadini culturali, richiedono la predisposizione di azioni efficaci, adottando la prospettiva della formazione ricorrente e permanente per una cittadinanza attiva e democratica di tutte le persone, soprattutto in questo momento storico come il nostro, così delicato».

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'Università degli Studi di Bari. Già cultore della materia in Museologia presso l’Università degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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