Zehra Dogan ANKEBUT installation view, OBSERVATORY ON DECULTURALISTATION, Crediti Milad Ahmadvand
Negli spazi della galleria Svizzera oxyd – Kunsträume, il collettivo Zaira Oram ha presentato una mostra che prende spunto e articola i concetti elaborati da Carla Lonzi nel contesto del collettivo Rivolta Femminile di Milano. In particolare, il termine “Deculturalizzazione”, che compare nel testo “Sputiamo su Hegel” del 1973, per definire tutte le pratiche che si oppongono ai paradigmi della cultura patriarcale.
Il progetto è di Zaira Oram, un collettivo curatoriale italiano che si occupa di allestimenti sperimentali e di progetti interdisciplinari, tra arte visiva, performance, sound art, per la creazione di reti tra discipline e aree di studio diverse. Alle fondatrici Francesca Ceccherini ed Eleonora Stassi, si sono aggiunte Chloé Dall’Olio, Camille Regli, Elisa Bernardoni, Francesca Brusa e Magda Drozd.
La mostra sperimentale vuole approfondire la ricerca della scrittrice e critica d’arte Carla Lonzi, espandendo la nozione di deculturalizzazione e osservando come questa viene messa in atto in diverse pratiche artistiche. La mostra appena inaugurata è dunque il primo capitolo di un progetto che si propone di iniziare un lungo percorso di deculturalizzazione sull’immaginario di corpo, sul controllo politico, su termini come mascolinità, genitorialità, linguaggio e non solo.
Per rendere la mostra un vero osservatorio è però necessario avere degli spazi in cui azioni e pensieri si possano manifestare liberamente, in un allestimento che gioca con la logica del vuoto. L’osservatorio è un luogo vivo, eventi e performance danno forma all’esposizione, che si compone di un cinema dedicato alle immagini in movimento, di installazioni sonore e di un tavolo da studio con libri e articoli. La ricerca si articola in un programma eterogeneo, con performance e proiezioni che attiveranno la galleria fino al 23 aprile, coinvolgendo autrici e autori come Larissa Araz, Paloma Ayala, Chiara Bersani, Reshma Chhiba, Chloé Dall’Olio, Zehra Doğan, Parastou Forouhar, Nicola Genovese, Roman Selim Khereddine, Kani Marouf, Maria Matiashova, Reut Nahum, Valentina Triet, Marilyn Umurungi. Per l’occasione è stata riattivata l’opera ANKEBUT dell’artista curda Zehra Doğan, con una tavola rotonda alla quale servirsi di cibi tradizionali curdi preparati dalla comunità. Il ricavato è stato devoluto alle popolazioni colpite dal terremoto in Turchia, Kurdistan e Siria. A questo scopo, Doğan ha deciso di mettere in vendita il suo lavoro e di donare l’intero importo.
Il quadro teorico del progetto si basa, dunque, su una riattualizzazione dell’opera di Lonzi, nell’analisi delle pratiche artistiche femministe presentate in mostra che riflettono “l’assenza delle donne nella storia…(e) la loro assenza dai sistemi di rappresentazione della cultura patriarcale e del colonialismo”. Il progetto mira a indagare come la deculturalizzazione sia un processo necessario non solo per opporsi alla cultura patriarcale ma anche a quella razzista, coloniale, suprematista bianca, capitalista ed estrattivista. L’obiettivo è quello di tracciare un percorso di ricerca che intrecci i modelli di resistenza sviluppati dalle pratiche e dalle teorie postcoloniali, femministe e ambientaliste.
Il tentativo di sondare la potenziale portata di questa ricerca non intende ridurre o appiattire azioni e lotte per unificarle sotto la stessa bandiera. Al contrario, mira a riconoscere l’ampio spettro di forme singolari e specifiche di oppressione e resistenza che rispondono alla richiesta di deculturalizzazione, offrendo prospettive e modelli plurali.
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