Pittura Rivoluzionaria

di - 9 Luglio 2015
Con “Jing Shen” si riapre il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano come era una volta. In che senso? Nel senso che si tratta della prima mostra organizzata in toto dal comitato scientifico, e che vuole mettere in atto una nuova stagione di ricerca, su tematiche legate alla contemporaneità e non  singoli personaggi. La raccolta di questi venti artisti cinesi, letti sotto la lente della produzione pittorica, è il primo passo, ma Davide Quadrio – curatore della mostra, Shanghai based, fondatore nel 1998 di BizArt Art Center e, nel 2007, di ArtHub, piattaforma che vuole promuovere l’arte in Asia – con cui facciamo un lungo giro nel backstage, subito rimarca: «Non è una mostra geografica: è il risultato di una ricerca della localizzazione della differenza. In Cina, dove la pittura si è differenziata rispetto alla pratica occidentale».
Non chiamatela, insomma, “la mostra degli artisti cinesi”, perché più che altro qui si parla di un metodo, etico ed estetico, che fa i conti con la tradizione millenaria e con l’esplosione dei confini. E anche se non esiste più una cultura specifica (in ogni angolo del mondo globalizzato), perché tutto è in relazione e in commistione, alcune specificità creative orientali sono irrinunciabili. Specialmente perché in Cina la pittura è, da sempre, la vera arte e ha a che fare con la calligrafia, dunque con l’appartenenza: nel Paese diventa “cinese” chi passa l’esame di scrittura conoscendo gli ideogrammi, e sapendo riscrivere i grandi classici.
E visto che i caratteri cinesi da 3mila anni a questa parte si possono leggere invariatamente, monoliti della cultura, anche l’approccio pittorico è profondamente influenzato (e diversificato, rispetto all’Occidente) da questa immensa tradizione, che porta a un legame “grammaticale” e zen, talvolta ossessivo e maniacale, lontano dalla dirompenza del gesto occidentale, catartico.
Ma che vuol dire Jing Sheng? «È un lemma filosofico che vuol dire “Vitale”, una parola-concetto, molto difficile da tradurre», ci spiega Quadrio.
Significa anche “forza interiore”, “consapevolezza del gesto”, e idealmente corrisponde al momento che precede l’atto pittorico: chiamatelo “stato di grazia”, se volete, quella disposizione d’animo che permette di dare il via a ogni azione generatrice.
La mostra lavora sulla leggerezza, con venti artisti presentati ognuno quasi come in un solo show.
Si inizia con i Birdhead e Liao Guohe, dialogo perfetto su quella che è l’origine (la tradizione) e la metamorfosi (il gesto di rottura) contemporanea. Guohe dipinge su un trittico di teli funebri sospesi a mezzo metro dal muro: nel suo gesto, basato sull’idea calligrafica, si muove dal regno dell’estetica al caos: un gesto che in Cina non è solo rivoluzionario, ma che è un vero e proprio tabù perché significa scardinare la storia e lo status quo. Non è un caso che l’artista abbia dedicato l’opera a un dissidente ucciso, usando di sottofondo un detto popolare: tagliare la testa a un pollo, per controllare un pollaio. I Birdhead invece scattano fotografie quotidiane che vengono composte in tableaux che mixano Cina urbana e rurale, rendendole eterne attraverso un processo antichissimo di vetrificazione con la lacca, tecnica che sta quasi scomparendo, e che porta le foto a divenire quasi seppiate, romantiche: unione della più alta tecnologia alla storia arcaica.
Da questi dualismi, che vi accolgono all’ingresso, si parte per altre calligrafie, come quella che compare nel video di Kan Xuan, dove la scrittura di un sutra con lo zucchero fuso, risultato di una performance di 42 ore, mostra come l’atto della composizione diventi un disegno sempre più preciso, dimenticando le imperfezioni: il sutra di zucchero secco viene eliminato una volta completato, ricominciando l’operazione in maniera ciclica, verso la perfezione.
Tang Dixin e Yang-Pei-Ming sono in dialogo nella seconda sala, nella più classica declinazione della pittura ad olio, ma nel caso di Dixin dai quadri nascono performance o viceversa, in una modalità decisamente fisica e sensuale, rara in Cina.
Vale assolutamente una visita al PAC la sala di Zhang Enli (nella foto di home page l’intervento all’ICA), uno degli artisti più importati nella Repubblica Popolare in questo momento, che ha dipinto site specific – in un atto liberatorio – il suo space painting, con una grande ritmicità. Anche in questo caso un’immagine di scrittura, che riprende i colori dell’ambiente.
Maniacalità e ossessività pittorica per Zhao Zhao, che con un calcolo bizzarro – dipinto su tela – racconta di un’esperienza personale, fatta di una casa invasa dai topi: l’immagine esiste ma è  mentale, astratta e matematica (nonostante la bellezza estetica), così come è potente l’astrazione della vita quotidiana di Lee Kit, di cui si possono scorgere tovaglie colorate, memori di pic nic, e cartoni colorati trattati come oggetti.
«La Cina è un universo culturale, anche perché è impossibile racchiuderla sotto una sola geografia e l’arte contemporanea, nonostante il messaggio che si sia fatto passare in questi anni, non è un fenomeno del postmaiosmo, ma ha radici profondissime», sottolinea Quadrio. Un po’ come sono profondissime, misteriose e quasi mistiche le My Mapping di Qui Zhijiem, artista dalla profondissima conoscenza storica e filosofica di molte culture del mondo: sembrano isole che non esistono, cartografie di un tesoro, e invece appartengono all’ordine di colti brain storming, creati per indagare fenomeni sociali o per mettere nero su bianco i propri progetti: è il momento più alto della mostra, in quanto a raffinatezza, dove l’acquaforte fa da punto di contatto tra est e ovest, raccontando di come l’arte intesa come téchne continui a unire i continenti, e le epoche.
Proseguendo, dopo l’incisione, da sottolineare c’è l’olio di Xu Zhen, le cui opere sono state mostrate recentemente anche ad Art Basel: un dipinto sui toni del verde, decorativo e che guarda proprio alla pittura occidentale: i tubetti di colore sono stati spremuti sulla superficie attraverso saccapoche per i dolci: un effetto “meringa” barocco, che racconta con lo sguardo cinese anche il grande mercato dell’arte contemporanea, dove la preziosità sembra misurarsi anche in base ai chili di materia usata, al costo del supporto. Di Xu Zheng anche tre vasi dall’immagine preziosa che parlando di un altro gesto rivoluzionario: l’artista piega loro il collo di 90 gradi, creando un bizzarro spaesamento che richiama anche alla mente la storia dei falsi, il ribaltamento della storia.
Nella galleria del primo piano si passa poi all’astratto di Ding Yi, che negli ultimi trent’anni ha cercato di slegarsi dalla pittura tradizionale, mostrando un gesto che non ha nulla a che vedere con l’astrattismo formale europeo o americano, ma dove la vacuità del segno diventa a sua volta una sorta di ideogramma, caricato di un razionalismo estremo. Impossibile, in questo caso, fuggire dalla storia. Li Shurui, al PAC ha invece lavorato quasi site specific, creando una parete astratta e geometrica, totalmente optical e inavvicinabile allo sguardo, impossibile da mettere a fuoco: un’opera magica e meditativa, realizzata ad aerografo, completamente a mano, nell’arco di diversi mesi (nella foto sopra: Untitled 2014-2015-02 (无题 2014-2015-02), 2015, Acrylic on canvas (布面丙烯), 200 x 300 x 4 cm, courtesy the artist and Aike-Dellarco). Un atto zen e quasi indecifrabile, così come vi sembrerà impossibile da comprendere la produzione di Li Huasheng, chiusura ideale della mostra, ritorno all’ordine e alla perfezione dopo i rovesciamenti dell’ingresso. Decisamente un trabocchetto.
Finita qui? No, perché nel catalogo c’è un’altra scatola cinese: il volume, curato da Britta Erikson, curatrice californiana, avrà anche una parte “pop-up” che apre l’occhio a opere decisamente sconosciute in Occidente, storicizzate, che dimostrano ancora una volta come la Cina non sia solo quella delle grandi aste di pittori che ormai conosciamo bene, e nemmeno il regno del tradizionalismo. Complessità alla mano, ecco servita una perfetta cartina tornasole per districarsi un minimo in un universo artistico che, nonostante tutto, resta forse ancora profondamente lontano.

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