Se intuire fa rima con incontrare

di - 11 Luglio 2015
“Madeinfilandia è un luogo inventato da artisti per artisti per costruire occasioni di approfondimento diretto dell’arte e di loro stessi”. Così si legge nel comunicato della sesta edizione, che ha avuto luogo dal 28 giugno al 5 luglio a Pieve Presciano, località Filanda, in provincia di Arezzo.
Fino al 19 luglio, su appuntamento, sarà possibile vedere le opere, nate da questa esperienza, di Sergia Avveduti, Giovanni Blanco, Renata Boero, Alice Cattaneo, Farbrizio Corneli, Raffaele Di Vaia, Emilia Faro, Joao Freitas, Franco Menicagli, Maria Morganti, Marco Neri, Alfredo Pirri, Andrew Smaldone, Giuseppe Stampone, Serena Vestrucci/Francesco Maluta. (0575 897 183, madeinfilandia@gmail.cominfo@madeinfliandia.org , www.madeinfilandia.org ).
L’arte è spesso un buon vettore di conoscenza dell’altro, a Madeinfilandia si aggiunge un dialogo diretto con gli invitati, come succede negli incontri di residenza, ormai ricorrenti. Il legame con la vita personale aggiunge però una suggestione importante per analizzare il rapporto con l’altro. A Madeinfilandia Luca Pancrazzi e Helena Asmar hanno la loro casa; Pietro Gaglianò ha qui lo studio; Loredana Longo e Alessio De Girolamo hanno abitato qui per tutto l’anno. Sono segni che deviano il concetto di residenza in quello di festa, “Festiào” in greco vuol dire “accolgo nel focolare domestico”. Estìa è, infatti, la dea del focolare. Entrare nella casa dell’altro è una differenza da non dare per scontata. Anch’io sono stata invitata a raccontare quello che penso attorno all’arte e l’ho fatto in dialogo con uno degli ospiti: Pietro Gaglianò.

Il fatto che non ci sia stata la consueta inaugurazione, ma la festa di questo inedito “focolare” è un altro segnale. Mi è tornato in mente lo spirito con il quale Luca ed Elena mi raccontavano la loro vita in Filanda, ho riconosciuto l’attenzione al locale con la quale Pietro Gaglianò porta avanti la sua ricerca. Ho trovato un nesso con la mia idea d’intersoggettività mediata dall’opera, cioè da un soggetto col quale confrontarsi e fare amicizia.
Madeinfilandia, una delle realtà molecolari che reagiscono alla passività culturale di questo momento, ha una ricaduta rispetto all’arte italiana, sempre meno rappresentata nei contesti internazionali e nazionali. Lo diciamo in tanti, da  tempo. Per ora non vedo strategie di cambiamento, che non siano quelle che mettono al centro il partire da sé, dai propri territori. Forse, prima o poi, le molecole si aggregheranno. Al tempo stesso si discosta, o almeno mi auguro, dall’idea di residenza, dove artisti, artiste, curatori, curatrici dovrebbero incontrare l’attimo che fa scattare l’invenzione.
L’Italia artistica sembra interessare poco, quindi per assurdo, non ci sono vincoli e si apre un’anomala libertà. Assumersi questa minorità, significa mettere al mondo  figure che aiutino a interpretare la situazione.
È un nodo cruciale che riguarda tutti, come ha ricordato Hanif Kureishi e altri suoi colleghi scrittori a ridosso delle elezioni politiche inglesi, lo scorso Aprile. Gertrude Stein, nel suo ritratto di Picasso (1938), scriveva che gli artisti sanno vedere il futuro “perché sono i primi che intuiscono i cambiamenti che avvengono nella loro generazione”. Ricordiamoci di Rossellini, De Sica: dalla povertà del dopoguerra hanno inventato il Cinema. Oggi la distruzione è più ambigua, apparentemente meno cogente, richiede uno sforzo soggettivo senza l’aiuto di energie esterne.
A Madeinfilandia da Alice Cattaneo ho capito che l’incontro con l’altro – sia individuale, sia territoriale – nasce non tanto da buone intenzioni, ma da intuizioni che possono avere il beneficio di entrare direttamente in dialogo. Questo è quello che Madeinfilandia mette in gioco. Alice Cattaneo ha creato un video, 150 centimetri, dove mette in scena il movimento semplice del toccare le cose, offrirle e riceverle. Le cose sono gli oggetti che ha trovato in loco, nelle quali ha intuito possibili elementi per una sua scultura in equilibrio inafferrabile. Quegli oggetti sono appoggiati a una parete e sembrano indicare il momento in cui stanno per unirsi gli uni agli altri. Una specie di scultura “disossata”. Ma  il punto nevralgico è il video. Gesti lenti in cui appare la sua mano che porge e riceve e quella di Maria Morganti, non sono riconoscibili, ma si sa che sono loro. 150 centimetri è la misura delle due braccia. C’è tutto: l’incontro con l’altro, il segno della materialità, l’artigianalità della scultura, la sua tridimensionalità fisica. Le immagini scorrono in piccoli riquadri asimmetrici dentro lo schermo del computer: alludono alla rotazione della scultura – da realizzare o solo da immaginare – e della vita. Ricordano anche gli avambracci di un Cristo che domina l’abside nella chiesetta del paese, una coincidenza junghiana visto che siamo in Toscana, una delle regioni con più alta densità di archetipi di Storia dell’Arte. Ho visto un inedito legame col passato e un augurio di relazioni possibili, dentro e fuori dall’arte.

Maria Morganti, ci ha regalato il suo colore: in due crepe del pavimento il pigmento affiora Nel buco, come una pietra preziosa, brillante, materica; nell’altra come un’ombra. Passaggi di condivisione con i quali pronuncia i suoi  colori. E a questo proposito, una grande sorpresa la provoca Eugenia Vanni. Durante la settimana ha creato due quadri a olio, dove il colore finale ha dentro migliaia di vite, Scandalo al Sole. È una visione aniconica che cattura la luce. I colori non si possono descrivere, ma solo pronunciare cioè vivere. I quadri, disposti all’esterno, addosso all’architettura di mattoni, calda come l’estate di questi giorni, oltre ad avere in sé il cambiamento del giorno e della notte, dicono che si può ancora dipingere, che si può cercare la perfezione, che la si può lasciare andare. Munch metteva i suoi quadri all’aperto, alla neve, al freddo, Eugenia Vanni li lascia al sole e all’abbaglio dei fari delle macchine. Nessuna sacralità /molta sorpresa.
Cos’hanno a che fare queste opere con la resistenza alla passività? Molto, perché l’intuizione “è un modo di vivere e non  un mistero da chiarire attraverso un’analisi razionale” (Carla Lonzi, La critica è potere, 1970, in Scritti  sull’arte, et. al/edizioni, 2012). Io aggiungo, per vivere l’incontro con l’altro da sé bisogna scegliere, decidere, dare, ricevere. E anche per questo occorre intuizione.

Francesca Pasini

Foto sopra e home page: Alice Cattaneo, 150 centimetri, 2015, still da video

Articoli recenti

  • Teatro

Non posso narrare la mia vita, l’omaggio di Andò a Enzo Moscato

Voce profonda della drammaturgia contemporanea, il compianto Enzo Moscato è la figura centrale dello spettacolo omaggio di Roberto Andò con…

22 Gennaio 2026 12:30
  • Arte contemporanea

Il Max Mara Art Prize for Women diventa nomadico e guarda all’Asia

Il Max Mara Art Prize for Women si apre a una nuova fase globale: la decima edizione sarà sviluppata in…

22 Gennaio 2026 11:00
  • Arte contemporanea

Cinque cose da sapere su Anselm Kiefer, in attesa della mostra a Milano

Aspettando la mostra Anselm Kiefer al Palazzo Reale di Milano, in apertura dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, cinque…

22 Gennaio 2026 10:30
  • Mercato

PhotoBrussels Festival 2026 festeggia dieci anni di fotografia

Un intero mese di eventi diffusi tra gallerie, musei, spazi indipendenti e luoghi pubblici. L'obiettivo? Riscoprire la città attraverso la…

22 Gennaio 2026 10:00
  • Musei

Un nuovo museo, restauri e tanto contemporaneo: il 2026 della Fondazione Musei Civici di Venezia

Dagli Etruschi al Ducale a Erwin Wurm al Museo Fortuny, passando per Jenny Saville a Ca’ Pesaro e per l’apertura…

22 Gennaio 2026 9:30
  • Arte contemporanea

Bocal, un nuovo spazio per l’arte contemporanea a Roma

Sotto la direzione artistica di Isabella Vitale, i Pieux Établissements de la France à Rome inaugurano bocal, un laboratorio di…

22 Gennaio 2026 0:02