Tuttto su Torino

di - 27 Aprile 2015
Su quanto sia costata l’operazione si tace, ma si ripete che le cose si sono potute fare bene, in breve tempo, e con fondi particolarmente ridotti. Ogni collezione ha provveduto al suo allestimento, poi Torino Musei e Comune, Fondazione Crt e Compagnia di San Paolo hanno fatto il resto della produzione.
È nata con questi presupposti “Tutttovero”, la grande e quadrupla mostra torinese che coinvolge contemporaneamente, fino al prossimo autunno, le fondazioni Merz e Sandretto Re Rebaudengo, la Galleria d’Arte Moderna e il Castello di Rivoli. Direttore della grande orchestrazione è Francesco Bonami (con l’aiuto della giovane curatrice Lucrezia Visconti Calabrò) che a Torino ha prestato vent’anni di onorato servizio proprio a casa Sandretto. Si cercava un curatore internazionale che potesse rendere visibile il meglio delle collezioni delle quattro istituzioni, e «quale nome migliore poteva essere se non il mio: ho detto pagatemi un po’ meno, ma chiamate me», ha scherzato Bonami in conferenza stampa.
Altra questione decisamente interessante è il fatto che “Tutttovero” è la mostra che accompagna Torino nel suo programma per Expo 2015. E non ci sono in scena né cibi pronti, né surgelati, né in scatola. E già questo è un punto a favore: «In mostra c’è la cultura civile, pubblica e privata, che la città ha saputo costruire nel tempo. Se Expo è dedicato al food, Torino e il Piemonte interpretano questo soggetto offrendo il migliore cibo per lo spirito umano», puntualizza Bonami. Da queste parti, insomma, le patate non vengono accolte come opere d’arte e in effetti, anche in mostra di cibo ce n’è davvero poco: dal 1815 ad oggi sono sviscerati altri concetti: le declinazioni del vero, alla GAM, forse la sede più particolare per il meticciato tra Moderno e Contemporaneo; la costruzione dell’opera (in base all’esperienza del pubblico), nel percorso della Manica Lunga del Castello di Rivoli; il doppio, l’idea di falso e di alter ego alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e, per chiudere, il rapporto tra la sperimentazione di Mario e Marisa Merz con una serie di illustri colleghi di ieri e di oggi.

Spiega Bonami: «La mostra è un intreccio di collezioni, e il titolo gioca sul cosa è vero e cosa è falso nella nostra società, dove se le notizie passano per social network, web e tv vengono automaticamente prese per reali. L’ostensione della Sindone, a Torino, è la metafora più forte di questo vero, che poco importa sia vero davvero o creato ad hoc». Un gioco di parole per una mostra che è una rincorsa, e che per avere un catalogo (anche in questo caso più vero del vero, e più economico) si servirà delle immagini scattate dal pubblico e postate su twitter e instagram con l’hashtag #tuttovero, che finiranno direttamente nell’archivio del sito omonimo.
Il percorso, nonostante la volontà di rendere “globale” l’operazione, partendo proprio dal titolo e dal desiderio di mettere in mostra il best del tesoro della città, è differenziato dall’inclusione delle sottotracce che vi abbiamo elencato qualche riga sopra. Come ogni grande progetto che si rispetti, raccontare troppo dettagliatamente delle varie sedi significa incorrere nel rischio di compilare un noioso elenco di presenze. Sappiate che in 200 anni di percorso troverete parecchi nomi noti, qualcuno meno conosciuto, tanti piemontesi. Volete i nostri quattro best of? Eccoli serviti, uno per ogni collezione: Luigi Mainolfi, MDLXIV, 1976, alla GAM (in collezione nella stessa istituzione), racconta in oltre 50 tappe della nascita della scultura, dove il modello è il suo stesso corpo e dove tra i protagonisti delle didascalie si scoprono una serie di colleghi che riconoscerete se avrete la pazienza di leggere. E sempre qui troverete la bellissima “stanza” con i ritratti di artisti di Ugo Mulas in relazione con le teste scolpite di Umberto Mastroianni, Medardo Rosso e Felice Casorati.

Rebecca Horn al Castello di Rivoli è invece l’installazione più forte di tutto il percorso: Tagliando nel passato, 1992-93, è composta da cinque diverse porte, unite da una ferita. L’anima di questo elemento fondamentale dell’architettura, messo nero su bianco anche da Rem Koolhass nella sua Biennale, è scalfito da uno dei celebri organi meccanici dell’artista tedesca, sintomo che ogni soglia attraversata è una cesura insondabile e, medesimamente, che può solo portare ad un avanzamento del tempo, della vita.
Pierre Huyghe – alla Sandretto – lo scegliamo per la bellezza del suo video A journey that wasn’t del 2005, che forse avrebbe meritato un po’ più di ariosità. Qui l’artista mischia – secondo la forte poetica dello spaesamento che da sempre lo accompagna – l’esplorazione di un’isola emersa in Antartide a causa dello scioglimento dei ghiacci, e la messa in scena concertistica di essa in una New York fatta di nebbia e luci esplosive, in contrasto con il candore e la freddezza del paesaggio non ancora cartografato
Alla Fondazione Merz  invece vince il grande lavoro di Kounellis, Untitled del 2009: una distesa di cappotti a terra, vuoti, corrisposti da scarpe anche spaiate, che all’altezza del cuore portano delle semisfere di piombo, quasi a diventare pietre preziose e di sicura condizione umana.
Ed ecco il tempo, la storia, l’indefessa e indefinibile voglia dell’uomo di esplorare e “scriversi” nero su bianco, e di guardarsi. Si potrebbe obiettare di allestimenti troppo soffocati, ma anche questo potrebbe essere la dimostrazione che Torino ha tutta quest’arte, e molta altra, in serbo per davvero. Nonostante i grandi problemi – purtroppo “tutttiveri” – che l’hanno accompagnata in questi anni, dentro e fuori i musei.
Matteo Bergamini

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