Ph. Contini
Da lunedì, primo giugno, sono aperte le prenotazioni per soggiornare presso l’Ostello Podesteria di Gombola, borgo arroccato nella provincia di Modena: a gestirlo è la compagnia Teatro dei Venti, che ha preso la conduzione di alcuni edifici della tranquilla Val Rossenna per sei anni. Oltre a un soggiorno per famiglie tra trekking e visite guidate immersi nella natura e nella quiete, l’idea è quella di allestire uno spazio di ricerca-accoglienza per artisti e ricercatori, vivendo la permanenza come un tempo di isolamento in un borgo disabitato sull’appennino. La compagnia, che fin dalla sua fondazione, nel 2005, si è dedicata agli ambiti della produzione di spettacoli, della progettazione in ambito socio-culturale, di attività di formazione e dell’organizzazione di eventi in ambito teatrale, animerà il borgo e la podesteria con molteplici progetti, da residenze a festival.
In attesa che tutto riparta, compreso il festival Trasparenze che la compagnia dirige nella periferia di Modena, il direttore artistico Stefano Tè invita a trasformare il disagio e le ferite di questi mesi in bellezza e spunti creativi, per riprendere un contatto con la realtà attraverso l’arte e la creatività, coltivando il rapporto con il territorio.
A parte questa pausa forzata, è stato un anno molto denso per Teatro dei Venti, che in queste settimane sarebbe dovuta essere in giro per il mondo con il progetto Moby Dick. Lo spettacolo, che conta oltre i sedici attori in scena e altrettanti tecnici, è stato protagonista della scorsa edizione del Festival delle Colline Geotermiche a Larderello, frazione di Pomarance, dove si trova la più antica centrale geotermica del mondo.
All’interno dell’Arena Geotermica, ricavata in una torre di raffreddamento mai completata, affascinante esempio di archeologia industriale, mentre tre musicisti suonano live, dettando il ritmo dell’azione, tredici danzatori-circensi animano e costruiscono letteralmente la scena, maestosa opera firmata Dino Serra: tre anni di lavoro, un bilico per il trasporto, per un palco-carro-nave, corpo della disperata ricerca dell’illusione del capitano Achab. Lui, con la gamba rigida e inerme, si muove lento e guardingo attorno alla sua meta, che pian piano prende vita, scheletro e fantasma di un sogno non ancora raggiunto. Opera maestosa capace di parlare differenti linguaggi drammaturgici arrivando così a catturare l’attenzione di un pubblico vasto e variegato e riaffermando l’importanza di un teatro fatto di gesti e passione.
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Vivo il presente come uno stato di allerta continua. Non è una metafora: il corpo reagisce prima ancora della testa