L’infezione è ormai conclamata. Per l’arte di Pablo Echaurren (n. 1951) che s’impossessa di un luogo tra i più emozionanti di Roma, la parola contaminazione possiamo spenderla tranquillamente. Un’antologica in effetti inattesa, ma soltanto perché ha dell’incredibile il lasso di tempo che invece riesce a coprire. Che suona come il giusto riconoscimento -da parte di questa città meno sonnacchiosa e ingrata di quanto saresti disposto a pensare- per un’attività ormai più che trentennale.
Location rinascimentale e pedigree avanguardistico reagiscono come composti chimici, fanno da ideale terreno di coltura per quel virus che è l’arte senza aggettivi. Anzi, per quell’arte che “applicata” si finge soltanto. Perché in questo scrigno ricolmo di veleno, stavolta –ça va sans dire– c’è davvero di tutto.
Circa duecento pezzi, dalla sorprendente serialità minimal dei primi acquerelli che pure grondano un’imagerie viscerale (i cosiddetti “quadratini” poi adattati alle copertine delle edizioni Savelli, quelle di Porci con le ali), fino alle vetrate neanche troppo improbabili. Dalla fumettistica più roboante alle calde tarsie in panno imbottite, fino ai grandi piatti a ingobbi policromi (forse la cosa più bella) e alle ceramiche più sfavillanti.
E ancora: dal rigore dei pur giocosi acrilici dei primi ’90 (La via della sete) fino ai quadri più recenti, viceversa sontuosi eppure dolenti (Il monologo dei massimi sistemi). In un’incessante oscillazione tra riferimenti alti e “cultura di massa”. Tra Fortunato Depero–giustamente colto nel suo paradossale sguardo da primitivo– e il gatto Felix. Tra bestiari medievali in technicolor e arruffata controcultura anni ’70. Tra l’horror vacui –“paranoico-critico” ante-litteram– della grottesca blu su blu in berettino (Il mio obelisco) e le vertigini di un Escher che però mostra tutti i denti (Vortice). Ma in un percorso espressivo tanto imprendibile da apparire –come sempre avviene in questi casi– soltanto straripante. Perché più che per
E a scintillare in questo strano luna park, in cui in sordina avverti come un pianto desolato, c’è anche –e forse soprattutto, perché ben più provocatoria– l’ostentata noncuranza per quella gerarchia dei registri di riferimento che le tante tecniche espressive adottate –in troppe, oltre che troppo difformi– finiscono fatalmente per reclamare. Perché quando l’arte è davvero senza aggettivi, di starsene soltanto là dove t’aspetti di trovarla non ne vuol proprio sapere.
pericle guaglianone
mostra visitata il 30 giugno 2004
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