A spiegare meglio di tutti il miracolo compiuto da Anton Corbjin (Strijen, Paesi Bassi, 1955) è stato lo scrittore William Gibson, che certamente sa bene come si costruisce un immaginario. In un testo scritto per l’omonimo libro U2&i -22 anni di immagini della band- il profeta del cyberspazio sentenzia: “Un altissimo Uomo Olandese osserva, attraverso pezzi di vetro Tedeschi o Giapponesi, questi Uomini Irlandesi. E qualcosa accade. Perché Corbijn è lì, che guarda”.
Ed è esattamente lo sguardo del fotografo il nocciolo della reazione nucleare che questa mostra documenta. Un occhio asciutto e tagliente, quello di Corbijn, che afferma senza mai concedere il beneficio del dubbio, racchiudendo in ogni scatto un presente assoluto. Le prime immagini che testimoniano il sodalizio con la band irlandese risalgono al 1982, quando gli U2 si affacciano timidamente sulla scena musicale internazionale. Il loro sound rabbioso ed enfatico, le loro malinconiche ballad, i messaggi di universalismo e pace –il critico musicale Piero Scaruffi li definisce “I predicatori nell’era dell’ansia”- faranno immediatamente presa sulla sensibilità di un’intera generazione. Ma nei fluorescenti e neoromantici anni Ottanta, in cui l’universo pop era dominato da effeminati professionisti del look -tra meches e spalline- quello che mancava agli U2 –rockstar in potenza- era un’immagine che rispecchiasse il loro sound.
Non abbastanza “cattivi” per vestire panni punk, troppo maschi catto-irlandesi per assumere le inflazionate pose dandy. “Anton ha visto in noi una ‘mascolinità’ assolutamente fuori moda per quei tempi” ha dichiarato Bono in una recente intervista al britannico Guardian.
Ed eccoli, nelle foto in mostra, Bono Vox (al secolo Paul Hewson), The Edge (Dave Evans), Adam Clayton e Larry Mullen, in posa nel deserto della Death Valley, in un bianco e nero austero, massicci come una catena montuosa. Il profilo di Bono è spigoloso e levigato come quello di una scultura arcaica, lo sguardo fiero sfugge il confronto con lo spettatore, il cappotto nero è una corazza. È la copertina di The Joshua Tree (1987), album della consacrazione. La carrellata di immagini prosegue raccontando l’evoluzione stilistica e commerciale del gruppo, fino al raggiunto e consolidato ruolo di star del music business (in uno scatto Bono è a New York, immerso in una vasca da bagno
Eccolo, il miracolo di Corbijn. Inventare da zero l’immagine degli U2, restituendone visivamente lo spirito epico, l’integrità morale e la forza scenica. Giocando abilmente sugli stereotipi del mondo del rock e unendoli ad una cultura visiva rigida e stoica di stampo protestante. Trasformando quattro ragazzi irlandesi un po’ timidi e fuori moda in icone giganteggianti (con la stessa facilità con cui trasformò, in un altro scatto memorabile, David Bowie nell’immagine sacra di un Cristo).
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valentina tanni
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vai pupone, cantaci "with or without you"
"aho, a me me pare tanto Totti 'sto cantante moretto de profilo... me sbajo?
mica sarà Bono lui... a cantà cor pallone!"