Fisicamente presente o evocato, comunque metafora aperta a molteplici sfumature di senso, il tavolo è il tema da cui i due artisti hanno elaborato le opere in mostra, inedite. Lo stesso afflato poetico ha condotto a risultati differenti, in entrambi i casi estremamente evocativi. L’inclinazione da cui Bruna Esposito guarda il tavolo è facilmente associabile all’idea di desco, di luogo deputato al consumo di cibo, all’incontro. Tre piatti fatti di foglie cucite, leggeri, sottili, disposti alla stessa distanza e perfettamente allineati, sono posati sul pavimento. Uno soltanto contiene due bacchette. Sopra di essi, attaccati al muro con chiodi pesanti, dei tovaglioli dai delicati colori pastello, disposti con lo stesso rigore formale e geometrico, piegati elegantemente. Sembrano uccelli, le stoffe che prendono forma per mano dell’artista. Soltanto un tovagliolo rimane disfatto, ad interrompere la monotonia ed a condurre verso altre derive di senso, probabilmente al pari dell’unico piatto con le bacchette,
Con la propria opera sembra quasi preparare a quella di Flavio Micheli, che nella stanza successiva presenta invece ben due tavoli, questa volta fisicamente concreti, minimali e dal disegno rigido. Di uno rimane soltanto l’ossatura appoggiata alla parete, mentre l’altro mantiene una propria superficie, attraversata da una lampada. Il tavolo di Micheli ribalta il normale rapporto tra il sopra ed il sotto: in un caso in ragione della superficie specchiante che riflette il soffitto, unita all’insolita collocazione della luce, in un atro perché non rimane alcun diaframma tra le due dimensioni. Il tavolo è una piattaforma metaforica polivalente che ha una storia propria e tuttavia continua a vivere nel presente, in questo affascinante. Il sotto del tavolo invece è un luogo eteropico senza memoria. Sotto il tavolo, si potrebbe dire, abita l’inconscio, l’incontrollabile, ciò che non accade alla luce del sole. Altalena, dunque, di significati, delle cose e del loro contrario, il sotto ed il sopra, il passato ed il presente, il conscio e l’inconscio. La mostra elabora visioni poetiche di un oggetto che non è soltanto piano funzionale ad altro, ma che in primo luogo esiste per sé stesso e per chi sa vedere oltre le cose.
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matilde martinetti
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Mi è stato fatto notare che il testo contiene un errore di attribuzione e, di conseguenza, di lettura della mostra. Esattamente, il tavolo di cui rimane soltanto l'ossatura non è di Flavio Micheli bensì di Bruna Esposito. Va dunque legato specificatamente ai tovaglioli appesi nella stanza precedente (realizzati dall'artista in occasione della performance nel giorno dell'inaugurazione), mentre non partecipa della stessa poetica che regge il tavolo attraversato dalla lampadina. Mi scuso in primo luogo con gli artisti, con il curatore e con la Nuova Pesa - che ringrazio per avermi fatto presente lo sbaglio - e spero che questo commento serva a chiarire lo slittamento di senso indotto da una interpretazione errata, in modo da poter dare a lettori e potenziali visitatori lo strumento giusto per una corretta valutazione della mostra.
Matilde Martinetti