The Burning Man è nato sulla sabbia di Baker Beach di San Francisco per celebrare il solstizio d’estate del 1986 e vedere il primo “Burning Man ” (un enorme scultura antropomorfa) disperdersi in cenere. A quella data c’erano appena una ventina tra curiosi e amici del fondatore Larry Harvey. Anno dopo anno i partecipanti si fanno sempre più numerosi e da quando l’evento si ritira nel deserto del Nevada si iniziano a contare in migliaia, e poi decine di migliaia (25.000 partecipanti quest’anno). Oggi vi si può accedere pagando un biglietto al modico prezzo di 300 dollari. Il vuoto immenso de La Playa, un antico lago essiccato, è il migliore isolamento di cui la creatività possa godere per esprimersi libera ed incondizionata. È questo uno dei motivi che spingono centinaia di artisti irriducibili a sfidare temperature sahariane e la gelida notte del Black Rock Desert. La tangibile euforia pervade l’aria più del calore. Enormi sculture luccicanti si levano dalla sabbia chiara e piatta come espressioni di antichi alieni esteti o in forma di totem indiani. Le opere non sono però destinate al mercato o alle gallerie ma ad essere interamente arse al termine di questo evento.
Tutto è benvenuto al Burning Man, anche la sabbia negli occhi, a patto che alla fine della settimana in cui arte e vita sono di nuove riunite tutto ritorni come prima: secondo la regola del buon campeggiatore ogni residuo deve essere asportato. (marina valentini )
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