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Entrare nella propria immagine. Ai Magazzini Fotografici di Napoli, la mostra di fine corso

di - 3 Ottobre 2018
Mai come questa volta, il Centro di Fotografia Indipendente ha presentato, alla fine del corso annuale, una mostra di otto giovani fotografi così pienamente formati. Il super team del CFI, come ogni stagione, è stato strutturato in diverse sezioni e, in questo modo, i ragazzi hanno avuto la possibilità di avvalersi di una preparazione completa per la loro carriera. Si va dall’ideazione alla produzione fino allo storytelling, approfondendo tecnica di ritratto e reportage con Mario Spada, camera oscura con Biagio Ippolito e Luca Anzani, storia della fotografia e linguaggi visivi con Angelo Turetta, editing e progettazione degli spazi espositivi con Roberta Fuorvia, postproduzione e stampa con Marco Spatuzza e Guglielmo Verrienti e, infine, incontri spot con amici e collaboratori del settore.
Nulla viene lasciato al caso, come dimostra “La mia prima”, l’esposizione dei ragazzi ospitata dall’Associazione Magazzini Fotografici diretta da Yvonne De Rosa. Gli studenti hanno sviluppato un proprio tema ben distinto, scelto indifferentemente prima o durante lo svolgimento del corso. Ognuno con la propria delicata individualità si è inoltrato nell’argomento dell’intimità. Le accezioni del loro approccio variano in base agli stimoli, alla curiosità o al loro desiderio di svelarsi. La ricerca che hanno portato avanti rispondeva alle scelte intraprese: c’è chi è rimasto più rigido davanti alla macchina fotografica, chi più ermetico addentrandosi in lavori estetici o performativi, chi è stato più autoriale o ha avuto un approccio di reportage.
Ne sono nati otto racconti che hanno invaso con forza e fascino gli ambienti della galleria. Le pareti frontali si offrono ai lavori di colore mentre le laterali sono state lasciate agli scatti in bianco e nero, prevalenti. Nella prima sala lo sguardo è catturato dai molteplici nudi di donna dei lavori di Chiara Pirollo e Valentina de Felice, che indagano la sensualità del corpo femminile senza mai renderlo volgare. Gli scatti di entrambe si concentrano in maniera prorompente sulle forme. Pirollo, con occhio più cinematografico, raccoglie il lato naturale della femminilità, una gestualità rilassata racchiusa all’interno dei bagni dove le donne si dedicano alla cura di se stesse. De Felice, invece, mette in scena dei micro racconti surrealisti dove la protagonista è senza volto: ogni foto è una storia che accompagnata da una frase ne completa il racconto. Questi lavori più forti si contrappongono al delicato diario di Carolina Sannino, un’istallazione a muro da sfogliare che porta all’interno di una storia familiare.
Il percorso prosegue con gli altri lavori tra i quali, nella seconda sala, spiccano il lungo reportage di Carmen Sigillo sui ragazzi della squadra di basket Tam Tam di Castel Volturno e il toccante Hajirai di Emanuela Gasparri. Sigillo ha esposto Born in Italy, un progetto iniziato fotografando scene di gioco nei campetti sportivi. Con il suo carattere dirompente è riuscita a insinuarsi in questa particolare periferia napoletana, entrando nelle case dei ragazzi, conoscendo le loro vite e le famiglie, uscendo con loro, andandoci a mare. Il lavoro presenta tutto quello che non si conosce di una realtà così vicina, raccontata con tanta bellezza e semplicità.
Fiore all’occhiello del corso, è il lavoro di Gasparri, con il quale la mostra termina. Questa artista ha cercato di esorcizzare attraverso la fotografia la sua timidezza e i limiti che le procura: il disagio, il nervosismo, il nascondersi. Ha creato una serie di scatti autobiografici dove riprende il suo corpo, a stento riconoscibile, sempre inserito all’interno del suo ambito familiare, la sua casa. Le foto sono sempre volutamente molto mosse con neri molto chiusi. Spesso quelli che lo spettatore sembra osservare sono spettri, anime che vagano o riaffiorano da qualcosa che potrebbe riassorbirle. Significativa l’immagine dove il suo corpo fiorisce dalla penombra come uno scheletro fluttuante e fantasma, uno scatto particolarmente complesso per l’autrice, che si è provocata una sorta di soffocamento in vasca. A contraddistinguere questa sequenza di scatti è anche l’involontaria presenza di cornici che si sono venute a creare intorno al suo corpo: una porta, la forma della composizione, la luce. Ogni volta qualcosa la racchiude, l’abbraccia quasi a proteggerla o viceversa ne mantiene il distacco. L’anima osservante è osservata, rimane all’interno di qualcosa, che la salvaguarda e difende. (Michela Sellitto)

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