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Frieze sta arrivando a New York. La sesta edizione della fiera apre i battenti e si schiera contro Trump

di - 2 Maggio 2017
Una grande tenda bianca su un’isola. Per riconoscere Frieze, basterebbe solo questa indicazione, la sua struttura e la posizione così appartata, a Randall Island, un angolo di verde a Manhattan che, nei fine settimana, si riempie di famiglie con tanto di passeggini al seguito. Ma l’edizione newyorkese della kermesse organizzata da Amanda Sharp and Matthew Slotover, editori di Frieze Magazine, è tutt’altro che isolata dalla realtà e, tradizionalmente, figura tra i grandi appuntamenti nei quali viene dato molto spazio all’arte emergente, con piacevoli aperture anche alle gallerie più giovani. Quest’anno, poi, si punta senza mezzi termini alla situazione attuale, già dall’hashtag che ne contrassegna l’identità visiva, #SAVEtheNEA, ovvero, salviamo il National Endowment for the Arts, l’agenzia federale indipendente che offre supporto ai più promettenti progetti artistici, mettendo a disposizione un budget di 148 milioni di dollari. Salvarla da chi? Ovviamente da Trump, che vuole infliggere tagli assassini al fondo. Così, senza mezzi termini. Ma la NEA non ci sta affatto e ha radunato tutti gli alleati possibili per fare pressioni sul Congresso, che dovrà decidere sulla proposta del Presidente.
Ma lo spettacolo deve andare avanti e così Frieze propone una nutritissima lista di 190 gallerie tra trenta Paesi dei sei continenti, in un programma di quattro giorni. Qualche numero in meno rispetto al’edizione 2016, quando furono cinque i giorni e 202 le gallerie ma «quest’anno sono stati presentati tutti progetti di ampia portata e di grande qualità, riflettendo i diversi interessi culturali del nostro pubblico», dice Victoria Siddall, direttrice della fiera in collaborazione con Abby Bangser e Jo Stella-Sawicka. Tra le italiane, Massimo De Carlo, Milano, Lorcan O’Neill, Roma, Alfonso Artiaco, Napoli, Galleria Continua, San Gimignano, mentre Frutta e T293 entrano nella sezione Focus che, insieme a Frame, farà da piattaforma parallela dedicata alle ricerche più giovani. Presenti moltissimi grandi nomi, da Gagosian ad Hauser & Wirth, da Lisson a Lelong, con la prima volta di Castelli e il ritorno di Zwirner e Sprüth Magers.
Da segnalare il nuovo intervento di Cecilia Alemani che, per il Frieze Project 2017, in collaborazione con Donald Judd Foundation, SculptureCenter e Columns White, ha chiamato in causa Dora Budor, Elaine Cameron-Weir e Jon Rafman, coinvolti sul tema del vedere e dell’essere visti. Il tributo dedicato alle gallerie storiche, invece, è tutto per La Tartaruga, lo spazio di Plinio De Martiis, e in particolare per “Il Teatro delle Mostre”, la rassegna di una mostra al giorno svoltasi nel maggio del ’68. In questa occasione verranno riproposti i lavori di Giosetta Fioroni e Fabio Mauri, alternati ai nuovi, realizzati da Ryan McNamara e Adam Pendleton.
In alto: Fabio Mauri, Luna, 1968, Teatro delle mostre, Galleria La Tartaruga, Roma

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  • Che ridicola questa finta lotta con D.Trump; alcuni dei più importanti collezionisti americani di arte contemporanea sono stati suoi sostenitori, cosa fanno a Frieze non li fanno entrare?

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