Una zona di confine che si apre a un nuovo inizio. E forse racconta la fine del grande centro, facendo rinascere l’idea che le gerarchie stabilite siano finite, così come i dogmi del “sistema”. È su queste basi che stasera apre nella formula tradizionale “tra quattro mura”, a Montagano, in provincia di Campobasso, che di certo è una zona parecchio periferica dell’Italia, la galleria di arte contemporanea Komà. Che per lanciare questo nuovo inizio prende in prestito Baudrillard, che scrisse: «Viviamo in un mondo dove c’è sempre più informazione e sempre meno significato, dove è davvero necessario operare una messa in discussione radicale del proprio modo di fare arte e ricostruire autonomamente l’anatomia dei propri significati senza aver paura della stranezza, dell’impopolarità, o dei risvolti inediti che le proprie scelte potrebbero generare». Per tracciare un percorso inedito, per vagliare nuove possibilità da un luogo “parallelo” e forse più libero. Un progetto kamikaze o un’altra realtà delle cose, il rovescio della medaglia della sovraesposizione culturale e mediatica.
Komà, nata da un’idea di Michele Mariano, di certo non è un “luogo comune”, nemmeno per la scelta dell’artista che ha proposto la prima mostra, intitolata “Retrospettiva”. Trattasi di Luca Rossi, il più accanito blogger, il commentatore più presente dell’arte contemporanea, un’ente “astratto” dal nome troppo comune che spesso si rivela tagliente, polemico, massacrante, forse mai accondiscendente, del quale Fabio Cavallucci aveva scritto: «Non si sa chi sia realmente. In ogni caso è la personalità piu interessante del panorama italiano di questo momento. Lo è perché, insieme ai contenuti, rinnova anche il linguaggio. In prospettiva, potrebbe modificare anche il sistema». Il progetto consiste in una serie di post stampati e attaccati alle pareti della galleria -da qui anche l’idea di operare teoricamente sull’idea di “retro”, sul pensiero che il visitatore si fa di una mostra o di un’opera ancora prima di averla vista o fruita. Ogni post, indicato al momento opportuno, presenterà al meglio un progetto passato. 11 progetti sono divisi in tre aree tematiche: indicare, viaggiare, modificare. Una documentazione integrata con la possibilità di stabilire una chat in diretta con l’artista attraverso Skype, sul tema dell’operare e della motivazione dell’opera. Che ovviamente potranno generare nuovi percorsi teorici, forse convulsi, forse cervellotici, ma aperti ad una condivisione. L’appuntamento, dal vivo, per l’innesco della bomba, è stasera alle 19.30.
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"anghè dubi"(non ci sono dubbi) che questo è l'evento dell'anno.
E naturalmente non solo in Italia.
excellent news...and the project is all the more interesting because it is in Molise - region that merits attention for its history past and present and also for its artists. this takes courage.
m.a.
concordo pienamente,dal confine le cose si vedono meglio.
Grazie a Michele, per l'oasi che ci ha regalato nella parte più periferica della periferia. Questo nostro strano presente ci ha a tal punto privato delle identità locali che ogni territorio è diventato di confine. Il Molise è periferia, ma non si sa di cosa. Tutto è periferia ininterrotta, dal paesino abitato da un migliaio di anime agli anonimi quartieri residenziali dei grandi centri. Il contadino della mia terra sarà anche insensibile ai significati più ermetici dell'arte contemporanea, ma lo è in maniera certo più poetica e originale di tanti automi persi nel traffico e nella routine. Come è stereotipata l'immagine dei grandi centri congestionati e alienanti, così lo è anche quella delle periferie desertificate. La democratizzazione della cultura è un processo che coinvolge allo stesso modo centro e periferia, perché democratizzazione non è sinonimo di appiattimento nel pensiero unico e nella massificazione, ma di salvaguardia di una sana diversità. Il confine non è localizzato geograficamente, lo portiamo dentro tra la folla e le solitudini ascetiche, nel più radicato immobilismo e nelle infinite migrazioni.