Il Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate vive dal 1950, e torna oggi per la sua 25esima edizione. Il contest, ricorda la direttrice Emma Zanella, «è forse l’unica manifestazione storica che da sessant’anni non ha avuto momenti di chiusura o di caduta. E non si è mai trattato solo di una mostra, ma di opere che entrano nella collezione del museo civico, che oggi appunto si chiama MA*GA».
A12, Ludovica Carbotta, Luca Trevisani, Ettore Favini, Luca Francesconi, Christiane Löehr, Marzia Migliora e Luca Bartolo sono gli artisti selezionati per l’occasione a lavorare su un tema decisamente particolare: il torrente Arno e la città di Gallarate.
Già, perché anche la cittadina del varesotto ha il suo corso d’acqua che ne ha plasmato la conformazione e l’identità. “Urban Mining/Rigenerazioni Urbane” è il titolo di questa edizione, che si interroga proprio su come sia cambiato il paesaggio urbano, non solo a livello architettonico ma anche sociale, simbolico.
Il tema evoca in effetti un punto della città che per tempo non solo è stato ignorato ma anche brutalizzato, e che ricorda ai cittadini i cambiamenti urbani: abbiamo chiesto agli artisti di partite da qui per rileggere la storia della città.
Ne è nato un lavoro di lunghi mesi, di sopralluoghi, che tocca tutta Galllarate è che collima anche con l’altra mostra ospitata dal MA*GA in questi mesi, fino a settembre, ovvero la retrospettiva di Ugo La Pietra, raccontata qui per certi versi da una delle sue frasi più celebri: “Abitare è essere ovunque a casa propria”.
Gli artisti sono stati selezionati dalla giuria composta dalla direttrice del Museo Emma Zanella e dai curatori Lorena Giuranna, Alessandro Castiglioni e Alessio Schiavo, Michele Dantini, Carolina Italiano e Adachiara Zevi, che ricorda come il museo di Gallarate ha dimostrato anche in questa edizione di essere il museo della città, e non un organismo scollegato dalla realtà. Un po’ proprio come questo piccolo fiume, secco secco d’estate e gonfio d’inverno.
Ma com’è questa mostra? Decisamente coesa, e in gioco tra la realtà e l’immaginazione, raccontando passato e presente, natura e archeologia industriale.
«Il termine Urban Mining si traduce nel lavoro di scavo dell’urbano, sia dal punto di di vista sia dell’ambiente, sia dell’energia del luogo. Il titolo è un po’ tecnico, vero, ma è la sottolineatura di un tema molto preciso che in questi ultimi anni è stato decisamente indagato e che non ha ancora perso il suo fascino», spiega Alessandro Castiglioni.
E allora via, con Luca Trevisani che coinvolge 19 studenti sulla relazione tra museo e la “ciminiera”, emblema quasi totemico del comune; Cesare Pietroiusti che ha messo in relazione studenti e anziani del paese, prima facendo domande e interviste sull’Arnetta, così viene nominato il torrente dai locali, e poi mutandole in una performance che al primo colpo di pioggia o vento sparirà, dimostrando quanto la nostra memoria storica spesso non sia legata solo ai libri quanto al vissuto.
Ettore Favini propone invece un percorso di visita e scoperta del fiume, portando gli spettatori al cospetto di di private view indicate in un percorso che verrà fornito all’ingresso del museo, per riappropriarsi del territorio e del torrente; Christiane Löehr riporta le sue architetture di vegetazione, portando il suo intervento con Luca Francesconi, che si occupa del tema anche una scultura antropomorfa indagando il rapporto tra lavoro agricolo e pezzi industriali, al Museo Archeologico dei Patri Studi.
E poi ci sono gli A12 che hanno ideato uno shop immaginario, nella sede della pro-loco, per un branding ipotetico del fiume, Luca Bertolo che attraverso una serie di delicati disegni ritrae gli scarti trovati in una mattinata d’inverno passata sulle sponde, e che ora occuperanno anche i manifesti pubblicitari. E poi c’è Monowi, la città per un solo abitante di Ludovica Carbotta, costruita a ridosso della ciminiera di via Resnati, superstite in mezzo a un parcheggio di quel che restava di una vecchia industria.
Marzia Migliora, infine, lavora sull’acqua: la riecologizzazione del fiume è anche indice di una crisi post industriale e di un intero territorio che funzionava con le tintorie, in questo caso: l’artista ci restituisce la storia con un video (nelle foto) per “fermo immagine” e con una serie di materiali trovati, raccogliendo acqua piovana dai tetti pericolanti di aziende dismesse, e restituendola al fiume. Acqua torna acqua, ma con l’aiuto dell’arte.