Nicola Salvatore
C’è una posta in gioco che riguarda tutti ed è il rapporto con l’ambiente. Una questione che mette l’uomo di fronte alle sue contraddizioni, al suo operato, alla sua azione politica. Un dibattito aperto, che viene da lontano.
Già dal secolo scorso, economisti, scienziati, filosofi si sono interrogati sulle responsabilità che attengono alle amministrazioni dei territori, all’urbanesimo, alla gestione delle risorse naturali, all’impiego sconsiderato delle tecnologie. Si pensi ai molteplici report prodotti sulle cause che hanno portato l’uomo a imprimere il suo marchio di fuoco nell’ecosistema. Incontri, simposi, seminari, convegni hanno accompagnato e ampliato, sotto molti aspetti, la consapevolezza del nostro essere umani, inchiodati su questa “zattera” che viaggia nel cosmo.
Anche l’arte, già a partire dagli anni Sessanta e Settanta, aprì al suo interno uno spazio operativo in cui il tema arte-ambiente divenne imprescindibile per molti artisti e operatori culturali.
Si pensi alla XXXVII Biennale di Venezia del 1976, il cui fulcro fu posto, dalle due principali declinazioni, sul rapporto arte e società: da un lato il Padiglione Centrale con Ambiente/Arte. Dal Futurismo alla Body Art curata da Germano Celant; dall’altro la Sezione Italiana sostenuta da Enrico Crispolti e Raffaele De Grada e imperniata sul tema di L’ambiente come sociale, in cui l’arte si presentava sotto vari aspetti e modalità operative, intervenendo attivamente nel contesto sociale.
Per dirla con Crispolti, l’artista doveva scendere dal suo piedistallo e farsi “operatore sociale” intercettando la “domanda partecipativa di base” proveniente dalla scuola, dalla fabbrica, dall’università, dai quartieri e periferie, proponendo una inversione di tendenza in una gestione sociale della cultura. Dunque si sviluppava, in tal modo, una consapevolezza di forza politica che «Si completa nella risarcita consapevolezza di una propria specificità culturale, di una propria capacità di partecipazione e di modificazione». Dunque, un modello non verticistico; piuttosto, rizomatico, non elitario, aperto a quella orizzontalità che non esclude ma apre a una autogestione culturale.
Anche da parte della scienza, negli anni Settanta, si levarono voci autorevoli sul tema dell’ambiente. Nel suo celebre Steps to an Ecology of Mind (tradotto in italiano da Giuseppe Longo per Adelphi 1976) Gregory Bateson, nel capitolo Le radici della crisi ecologica riporta la preziosa testimonianza del documento presentato, nel marzo 1970, a nome della Commissione dell’Università delle Hawaii per l’Ecologia e l’Uomo a una Commissione del Senato delle Hawaii in favore di un disegno di legge per il controllo della qualità dell’ambiente; disegno che fu approvato.
All’interno del documento – vero e proprio manifesto – si sottolineava il pericolo dei «Provvedimenti ad hoc», l’uso sconsiderato del DDT, e che «Tutte le molte attuali minacce alla sopravvivenza dell’uomo sono riconducibili a tre cause primitive: a) progresso scientifico; b) aumento della popolazione; c) certi errori del pensiero e negli atteggiamenti della cultura occidentale». E più avanti si precisava: «In altre parole, crediamo ottimisticamente che la correzione di uno solo di essi ci darebbe la salvezza».
Siamo negli anni Settanta, epoca in cui avanzava la coscienza delle interconnessioni e quando parlava di “mente” Bateson si riferiva sia alla fitta rete di interconnessioni della realtà immanente, sia a «Una nuova maniera d’intendere le idee e quegli aggregati di idee che io chiamo “menti”…e che chiamo “ecologia della mente”, o ecologia delle idee».
E dunque, pare proprio che anche l’arte, come si è visto, abbia svolto e che ancora svolga un ruolo importante nel portare a riflessione il tema dell’ambiente, del rapporto dell’uomo con la natura e delle relazioni umane che creano quell’humus necessario alla coltivazione delle idee e dei progetti. Una funzione aggregante come sosteneva pure Nicolas Bourriaud nel suo Esthétique relationnelle (1998), precisando che «La “separazione” suprema, quella che condiziona i canali relazionali, costituisce l’ultimo stadio della mutazione verso la “società dello spettacolo” descritta da Guy Debord…in cui le relazioni umane non sono più “vissute direttamente”, ma cominciano ad essere confuse a causa della loro rappresentazione “spettacolare”».
Questa “mancanza” – sul piano culturale, antropologico e artistico, lucidamente teorizzata da Debord, Crispolti, e negli anni Novanta da Bourriaud, che a quegli anni, indubitabilmente si ricollega, mutuandone molti concetti – viene avvertita da quegli artisti che, percorrendo una strada autonoma, lontana dai miraggi e politiche opportunistiche del sistema dell’arte, si adoperano per la creazione di ambienti umani in cui l’arte si presenta come prezioso collettore per la comunità in cui si opera.
Ne è un esempio la realtà di Arena Po e del MAAAPO – Museo Arte Ambiente Arena Po, creato, voluto, e fortemente sostenuto da Gaetano Grillo già a partire dal 2015.
L’ultima manifestazione, svoltasi il 2 maggio – presenti Livia Pomodoro, Presidente del MAAAPO, e il Sindaco Alessandro Belforti – ha messo in evidenza una partecipazione notevole di pubblico. In programma la celebrazione del centenario della nascita del Maestro Alik Cavaliere, con interventi di Fania Cavaliere, Domenico Piraina, Francesco Marrocco; nella Sala del Consiglio Comunale la mostra Mario Sironi e la nascita del Novecento italiano e la visita guidata alle nuove opere degli artisti, Alberto Ghinzani, Paolo Iacchetti, Che Janquan, Marco Lodola, Luigi Mainolfi, Hidetoshi Nagasawa. Il pomeriggio ha visto coinvolti nel simposio Arte – Energia -Ambiente, Flavio Caroli, Gianfranco Maraniello, Anna Villari, Alberto Lolli, Massimo Kaufmann, Renzogallo.
Insomma, un tributo a una iniziativa, quella del Cantiere Grillo, che crea uno spazio di partecipazione sociale in uno dei più suggestivi paesaggi dell’Oltrepò Pavese. Una terra spesso definita, per la sua bellezza, la “Toscana del Nord”, in cui la natura sembra innalzare il suo canto tra le colline ricoperte di vigneti, puntellate da borghi medioevali, castelli, boschi di latifoglie e calanchi argillosi.
All’artista, che si affianca al filosofo nelle passeggiate in questa terra, sorge spontanea la riflessione su ciò che è “centro” e ciò che è “periferia”. Per dirla ancora con Bateson, il centro sta nella coscienza di chi supera il pensiero vecchio, di chi mette in discussione un paradigma. In chi crea un clima, le condizioni di un ambiente umano per fare veramente ricerca; nelle relazioni durature e in continuità; per la costruzione di un tessuto sociale che indica, a chi sa ascoltare, nuovi possibili orizzonti. Specialmente oggi, in cui il mondo con i conflitti in corso, sembra sfiorare il bordo di una nera voragine.
Silvia Muscolino, Paola Cenati, Rafa, Satya Forte, Carmine Bellucci, Luce Resinanti
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