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Reale come un manichino. La videoinstallazione di Nina Carini, al Teatro Verdi di Milano

di - 20 Settembre 2017
Cos’è la teatralità? Quella che vediamo sul palcoscenico o quella che recitiamo tutti i giorni? C’è forse bisogno di una maschera o di un travestimento per guardarci in faccia e riconoscere noi stessi? Questi alcuni degli interrogativi mossi dalla video installazione di Nina Carini, J’ai Peur, a cura di Angela Madesani, presentata la scorsa settimana presso il Teatro Verdi di Milano. Un’opera che trova la sua origine tre anni fa, quale seguito di un precedente lavoro intitolato Nature Inanimèe (2015-2016), ancora oggi inedito, in cui l’artista ha iniziato a meditare sugli sviluppi del teatro contemporaneo e su di un’esistenza che sembra accumunare tutti gli esseri umani nel vivere dentro un’enorme drammaturgia.
Come scritto dal regista polacco Tadeus Kantor, a cui l’artista ha guardato con passione: «…non c’era il solito palcoscenico, con decorazioni dove si svolge l’azione, c’era invece una stanza “truccata”, una vera opera, al cui interno si trovavano sia gli spettatori che gli attori». Proprio questa immagine di un teatro come stanza truccata, è stata fonte d’ispirazione per pensare all’allestimento di J’ai Peur nella sala del Teatro Verdi Milano, un’opera che proprio sul palcoscenico ha cercato la sua più naturale conclusione e il cui fulcro è un confronto fra il reale e la sua rappresentazione in una società, come la nostra, in cui la spettacolarizzazione del nulla è all’ordine del giorno.
Nella sala buia del teatro, l’arte ha trasportato lo spettatore in una dimensione ambigua, proponendo un’esperienza disorientante tra ciò che è reale e ciò che fa parte della messa in scena creata dell’artista, come nel caso del pubblico di manichini con cui si doveva condividere la visione dei due video, realtà e finzione: sulla sinistra, un’inquadratura fissa che riprende Nina costretta in un abito coercitivo, legata su una poltrona collocata di fronte al Palazzo della Permanente in via Turati a Milano; sulla destra, un set teatrale in cui un manichino, alter ego dell’artista, è azionato e guidato alla cieca dalla mano di una bambina.
Cos’è più reale: la realtà o la finzione del teatro? Quello che è stato presentato al Teatro Verdi Milano è un lavoro metateatrale, il teatro che riflette sul teatro, come evidenziato dall’artista: «i miei lavori performativi sono degli esperimenti, non mi baso mai su cose già successe. Ho deciso di vestirmi da manichino, di indossare una maschera. J’ai Peur è un lavoro sul concetto stesso di rappresentazione». Il teatro contemporaneo, così come l’arte pubblica, propone un’esperienza chiamando gli spettatori a viverla, nulla è prevedibile. In J’ai Peur, il manichino teatrale, ispirato a un immaginario artistico che va dai soggetti metafisici di Giorgio de Chirico ai ritratti di Felice Casorati, diviene realtà e le realtà è teatro perché così si deve, perché così è più comodo. Come scrive nel testo critico Angela Madesani: «si parla attraverso l’arte, il teatro e si mente nella vita. Queste sono le regole per andare avanti. Solo coloro che sono fuori dal sistema riescono a essere veri, è la corda pazza di pirandelliana memoria: fermate il mondo voglio scendere! Non è possibile, dobbiamo marciare come i burattini nelle mani di Mangiafuoco. I nostri burattinai non ci permettono di sgarrare. Così è se vi pare».
Infine, al termine della proiezione un messaggio lasciato nelle mani di ciascun visitatore: «E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: è naturale in questo tempo di anarchia e di sangue, di ordinato disordine di meditato arbitrio, di umanità disumanata, così che nulla valga come cosa immutabile. (Brecht B., L’eccezione e la regola)». (Giulia Restifo)

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