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Stati generali degli Amici dei Musei, o dell’importanza del mecenatismo moderno. Tre domande alla Presidente di “Amici degli Uffizi”, Maria Vittoria Colonna Rimbotti

di - 5 Settembre 2016
Sono in corso a Firenze i primi “Stati Generali degli Amici dei Musei e Gallerie” agli Uffizi. A discutere di Art Bonus, rapporto pubblico-privato, incentivi e stimoli al mecenatismo, sostenibilità e crescita umana e sociale, insieme alla possibilità di realizzare un regime fiscale unitario europeo sui Beni Culturali, in un documento programmatico che verrà consegnato al Ministro Dario Franceschini, presente alla giornata, ci sono – tra moltissime personalità – Patrizia Asproni, Presidente Fondazione Industria e Cultura – Confindustria; Aldo Bassetti, Presidente Associazione Amici di Brera, Milano; Sylvain Bellenger, Direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli; ma anche Maite Bulgari, Presidente Associazione MACROAmici, Roma; Guido Guerzoni, Docente Analisi delle Politiche e Management Pubblico, Università Bocconi, Milano; Giovanna Melandri, Presidente MAXXI, Antonio Paolucci, Direttore Musei Vaticani, e Louis-Antoine Prat, Presidente Associazione Amici del Louvre, oltre che al direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt, e la presidente degli Amici degli Uffizi, Maria Vittoria Colonna Rimbotti (sopra), alla quale abbiamo posto tre domande, in attesa dei “risultati ufficiali” del convegno.
Nella comunicazione dell’evento si parla della necessità di favorire il “mecenatismo moderno”, per una crescita sociale che si affianchi al lavoro dei musei. Quali sono le prime strategie da adottare, e a quali esempi guarda un’associazione come gli Amici degli Uffizi?
«Credo che lo stesso atto di “donare” per la cultura è già una forma di crescita ed è in questo senso che stiamo lavorando: sono sempre esistiti i grandi mecenati (anche se nel passato avevano un nome diverso) e il mecenatismo moderno deve crescere guardando ai piccoli donatori, non solo per una crescita economica: le piccole cifre sono estremamente significative ed educative dal punto di vista culturale, guardando quello che avviene nei paesi anglosassoni dove i donatori, attraverso una piccola cifra, si sentono di lavorare a una grande opera».
Un regime fiscale che non penalizzi il commercio dell’arte contemporanea e che dunque permetta anche di promuovere giovani artisti è un tema che spesso hanno portato alla nostra attenzione diversi galleristi. Quali sono le differenze in fatto di “Beni Culturali” e museali a riguardo?
«Credo che sia più un discorso generale di “cultura del donare”, piuttosto che una divisione tra beni culturali e museali e anzi, per rispondere a questi argomenti tecnici, abbiamo invitato al tavolo di lavoro economisti, giuristi e aziende. In ogni caso, sono convinta che occorre trovare nuove forme, proprio per dare una risposta ai piccoli donatori: Art Bonus è una prima risposta ma ci sono altre realtà in cui può intervenire il privato e che possono essere restaurate o valorizzate attraverso raccolte fondi che dovrebbero godere di agevolazioni fiscali. Amici degli Uffizi dal 2006 è anche negli Stati Uniti: è difficile far capire a un donatore americano che anche lo stesso atto del donare è tassato. Per quanto riguarda l’Europa, bisogna pensare a un regime fiscale comune in materia di beni culturali, perché il confronto con gli altri paesi ci penalizza e penso soprattutto al sistema fiscale francese».
Pensa che il privato possa fare la differenza anche singolarmente (si vedano gli esempi dei restauri a Colosseo, Piramide Cestia o Ercolano, o appunto le attività di associazioni come gli “Amici”) o ci sia sempre bisogno di un ente pubblico forte dietro lo sviluppo e la promozione della cultura di un Paese?
«Si, ma bisogna riflettere sui ruoli che hanno i mecenati adesso, con un occhio al futuro. Da questo punto di vista, trovo che sia molto importante il rapporto dei musei con le comunità che li circondano: ecco perché è fondamentale lavorare in sintonia con gli enti locali, perché la povertà economica non deve essere uno specchio di quella educativa, quest’ultima va salvaguardata costantemente. Questo si connette al problema del ruolo che avranno i mecenati nel futuro: secondo un rapporto di Ernest e Young, il 65 per cento degli studenti di prima elementare di oggi farà un lavoro che oggi non esiste: questo vuol dire che abbiamo l’esigenza di arricchire i giovani per preparali al futuro. Quanto al rapporto pubblico-privato, trovo interessante il progetto di ACRI realizzato con il governo per uno stanziamento di 120 milioni di fondi la cui gestione è affidata a Fondazione con il Sud: è un ottimo spunto per connessioni future, dal momento che il fulcro di questa idea è la sua replicabilità».

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