Si intitola I’m ready to live ed è l’installazione vincitrice del premio Spotlight 2015, alla sua terza edizione. Autore è Giorgio Bevignani, italiano e di casa a Bologna, che fino al prossimo 9 gennaio sarà in mostra alla storia galleria londinese Andipa.
Un grido disperato per fuggire da un presente, alla ricerca di un possibile futuro, nata dopo una lettura: ecco di che parla il grande “wall”, premiato perché descrive perfettamente la drammatica contemporaneità in cui viviamo, come ha dichiarato la giuria. Ne abbiamo parlato con l’artista.
Partendo dal principio, ho letto che “I’m ready to live” nasce dal saggio di Elémire Zolla “La nube del telaio”, ma osservando l’opera mi sembra vi sia dentro anche molta cronaca contemporanea, e penso soprattutto alla questione dei migranti. Possibile?
«Sicuramente. Anche se nella mia ricerca e poetica artistica di solito non tratto il quotidiano, credo che gli avvenimenti recenti siano di carattere epocale più che quotidiano e un artista non può esserne indifferente, nella sua arte oltreché come uomo. Dal saggio di Elemire Zolla più che frasi ho selezionato e scelto parole (come serto, deserto, exordior, orda, trama) e sono arrivato a desiderare di tessere una rete, pensando a un immenso deserto, dove si poteva immaginare la fine di ogni cosa oppure il suo inizio. Tessendo ho cominciato a realizzare una grande rete da pesca, per pescare in quel mare o in quel nulla del deserto, luogo da cui fuggire. Il mare (e il deserto) è attraversato quotidianamente da orde di persone che desiderano raggiungere l’Europa, rischiando (e spesso perdendo) la propria vita pur di cercare di conquistare una vita migliore o semplicemente cominciare a vivere. Il titolo della mia opera ci dice proprio questo: sono pronto a lasciare tutto, anche la vita stessa. Anch’io, al loro posto farei la stessa cosa, rischierei tutto per ottenere la libertà».
L’opera è stata premiata dal contest Spotlight 2015 proprio perché mette in scena una metafora di chi scappa dal presente per un nuovo futuro. Che cosa deve raccontare l’arte, secondo lei, soprattutto oggi? Quali sono i valori che dovrebbe conservare?
«L’arte non racconta, ci sono altri mezzi per farlo. L’arte deve rimanere al di sopra delle cose, deve solo suscitare emozioni. Il vero è il valore che l’arte dovrebbe conservare. L’armonia del vero, e non la verità. Il vero esiste, la verità no. Per vero intendo tutte quelle azioni che si compiono contemporaneamente ovunque; mentre la verità potrebbe esserne solo un riassunto soggettivo».
Lei vive a Bologna, ma attualmente ha una mostra a Londra, ha vissuto a New York, in Colombia etc. C’è qualcosa che rimprovera al “sistema dell’arte” italiano e perché invece vale la pena lavorare qui?
«Non ho motivo di rimproverare nulla. Lavoro qui perché amo i sedimenti storici, artistici e naturalistici che questo paese possiede e mi nutro di essi. Allo stesso tempo sono collegato al resto del mondo grazie al mio lavoro e alla mia necessità di interagire con le diverse culture».