Immaginate un’enorme scatola di cartone, liscia ed asettica, ricoperta di manifesti bianchi, a riempire quasi completamente la sala della galleria in cui è posta. Due piccole aperture, come “buchi di serratura”, obbligano ad un’osservazione solitaria e quasi voyeuristica dell’opera all’interno. Gli spessi vetri colorati, posti sui fori, funzionano da filtro, rimandando un’immagine frammentata e quasi caleidoscopica.
Sono le usuali opere di Paolo Leonardo – manifesti pubblicitari staccati dai muri e ritoccati con grandi campiture di colore con cui perdono il loro aspetto di immagine patinata e frivola – che con questo intervento di ulteriore astrazione, accentuano un significato di transazione da una dimensione pubblica, collettiva, rappresentata dal manifesto originale, a quella privata, personale dell’artista e di chi, nell’atto di contemplarla, spostando lo sguardo dal rosso al blu dei vetri, ne determina una mutazione, quasi una metamorfosi continua.
Non è nell’intervento pittorico l’importanza maggiore ma in quello di medium, di filtro che l’artista opera, rendendo partecipe l’osservatore di questo cambiamento di realtà .
L’azione pittorica, la stesura del colore che nasconde quasi completamente l’immagine fotografica e che ha il significato di un atto di appropriazione, è più evidente nelle opere esposte nella seconda sala. In questo caso, i supporti, sono costituiti da un catalogo di ritratti fotografici di Gus Van Sant. L’atto di appropriazione inizia proprio dallo strapparne le pagine per sottrarle al loro contesto originale e si completa con l’apposizione di macchie, segni di colore, che esprimono sensazioni cromatiche e al contempo nascondono e mutano l’immagine sottostante, dandole un’altra identità e attuando un processo involutivo che capovolge il rito del consumo collettivo, velocissimo e quasi drogato, della rappresentazione fotografica del corpo umano.
Le opere esposte, non sono “belle” – l’aspetto estatico è probabilmente l’ultimo dei pensieri dell’artista – ma evocative e stimolanti e nonostante la difficoltà di percepirvi l’aspetto concettuale e le sue implicazioni, sono in grado di mettere in moto l’immaginario dell’osservatore ed alcuni di quei meccanismi che portano a reazioni critiche ed interpretative, piuttosto che alla solita ed infruttuosa contemplazione estetica. La mostra è comunque ben supportata da due brevi testi critici esplicativi, a cura di Maria Teresa Roberto e Letizia Ragaglia.
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