Si può
dare forma alle illusioni? Questa domanda cruciale, che Zadok Ben David (Bayhan, Yemen, 1949; vive a
Londra) si pone, non costituisce un corollario esteriore; è, invece, “un
modo diverso di vedere il mondo. Proprio come i pittori del Rinascimento, che
cercavano un’illusione più grande per esprimere la loro verità. Magia e
illusione sono un modo assurdo per chiarire meglio la realtà dalla quale siamo
circondati”. Si
tratta dunque di un’utopia possibile, volta a dar corpo a un nuovo “umanismo”,
una scelta che sappia recuperare la definizione dell’identità.
Diviso tra l’Inghilterra e Israele, a partire dal 1974 Ben
David ha sedimentato molteplici esperienze culturali: la sua ricerca artistica,
influenzata all’inizio dall’Espressionismo astratto, ha assunto gradualmente
una struttura più figurativa e realistica.
individuano dirette implicazioni socio-politiche, vi è insita, comunque, una
forte valenza antropologica, non disgiunta da conoscenze psicologiche e
scientifiche.
Queste componenti si ritrovano nell’installazione site
specific realizzata per questa mostra, dal titolo Blackfield, che si incentra sull’idea di
individuare un punto d’incontro ideale dell’uomo con la natura, suprema
possibilità originaria. Si presenta allo spettatore come una prodigiosa Wunderkammer,
che trae linfa dal mondo della botanica, filtrato attraverso un’immaginazione
produttiva tale da trasferirlo in un contesto-altro, mantenendone intatto il
fascino e generando la consapevolezza dell’incanto vitale.
Il
rapporto sinergico dell’installazione con lo spazio prolunga il respiro della
natura e ne esalta l’inesauribilità. La percezione è coinvolta da una distesa
di sabbia a pavimento, fittamente ricoperta da diecimila sagome di fiori delle
specie più diverse, di formato molto piccolo, disposte tanto vicine l’una
all’altra da suggerire il viluppo di un bosco.
Lo
spettatore gira attorno, si curva, è indotto a osservare più volte, per
cogliere ogni dettaglio: le sagome paiono scaturire da una manipolazione
alchemica, sembrano lavori filigranati di oreficeria (memoria autobiografica
del laboratorio orafo del padre dell’artista), trattengono frammenti di luce.
Da un lato sono interamente ricoperte di pittura nera, così che l’insieme evoca
l’idea di una foresta oscura e densa; dall’altro lato, invece, i colori vivaci
corrispondono a una trasfigurazione onirica della realtà.
L’intero
percorso della mostra suscita sensazioni forti, dalle teche in vetro appese
alle pareti, che “catturano” il sole d’inverno, la luna, la foresta profonda, a
quelle all’interno delle quali figurine sottili ed esili paiono muoversi
furtive.
Le
grandi sculture in alluminio, Loof e Sunny Moon, appoggiate a terra, suggeriscono un ideale di armonia
ed equilibrio, comunicano l’intensità di una crescita inesausta dell’uomo, nel
segno di un respiro universale che consente di penetrare nel mistero orfico
della natura.
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tiziana conti
mostra visitata il 23 aprile 2010
dal 22 aprile al 26 giugno 2010
Zadok
Ben David – Black fields
Verso Artecontemporanea
Via Pesaro, 22 (zona Rondò della Forca) – 10152 Torino
Orario: da martedì a sabato ore 15-19 o su appuntamento
Ingresso libero
Catalogo disponibile
Info: tel. +39 0114368593; fax +39 0114627757; info@versoartecontemporanea.com; www.versoartecontemporanea.com
[exibart]
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