Solo un punto di tangenza accomuna i due artisti: la fotografia. I loro percorsi si separano subito per seguire itinerari differenti, l’uno alla ricerca dalla “meraviglia”, l’altra all’incontro tra passato e presente per ridisegnare il filo conduttore del racconto.
Da una parte Aroldo Marinai si “appropria” di foto altrui, di provenienza sconosciuta, e vi interviene con mascherine geometriche e piccole campiture di colore. Ne scaturisce un’immagine in cui la scelta rigorosa della nominazione e il gusto dell’amalgama tra reale e onirico si esaltano sinergicamente. L’intervento pittorico è minimo, le mascherine ritraggono simboli archetipici e lo stile, come afferma l’autore stesso, è suprematista-pop. La rappresentazione viene esaltata e il risultato è pieno di contenuto. Complesso anche il significato, quasi un’apparizione di cui solo l’artista può rendere conto. Si svela così il senso di mistero di cui Marinai è alla perenne ricerca: quel segno cui un’intera generazione anela e che mai le sarà concesso (Marco, 8,12).
Siano esse madonne, fantasmi, ninfe o marziani, l’attesa di presagio aleggia nei luoghi di ispirazione, luoghi particolarmente evocativi e saturi di emozioni visive, olfattive, termiche. Tra boschi succulenti e aneliti che sembrano provenire direttamente dagli inferi, l’artista vaga cercando un indizio, una minima traccia, un segno premonitore di nuova apparizione. Nel frattempo incorpora sensazioni e impulsi creativi che si integrano con l’ambiente che lo circonda per portarlo in una continua ma sfuggevole comunicazione col trascendente.
Molto elaborata la sintassi dell’opera, al limite della leziosità. Supporti di stoffa lavorata fanno da tele a immagini fotografiche in stampa a getto d’inchiostro. La figurazione viene estrapolata dal suo contesto spazio-temporale per essere ricomposta in un quadro in cui tocchi ad olio conferiscono freschezza e surrealismo. Sono proprio queste pennellate di colore ad esaltare le opere ed attualizzare la rappresentazione, come il blu sfumato delle scarpe delle dame o il giallo violento della ciotola ai piedi dell’atleta.
L’artista soffia sui personaggi alito di nuova identità per collocarli in un tempo personale, mediato e in un nuovo canovaccio.
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mostra visitata il 25 febbraio 2004
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