La serie Puzzle Rosso Marte accompagna dal 2004 le mostre di Elisabetta Falqui, quasi un “padre putativo” di tutti i lavori successivi. Un’opera iniziata con impeto e forse mai finita. Una ricerca che esprime un momento complesso, un passaggio importante del suo percorso artistico. E’ un lavoro in cui viene “elaborato un lutto”; l’artista si svincola degli schemi culturalmente imposti per riappropriarsi di una libertà espressiva personale.
Nelle opere esposte a Firenze i piccoli tasselli di un puzzle sono stati gettati con violenza sulla tela in un tragico gesto di rifiuto dell’immagine di partenza. Ma in essa la Falqui identifica il vulnus della sua nuova matrice creativa. Una ferita che rigenera, una passione violenta, sanguigna che lascia impronte indelebili. Il rosso, nelle sue molteplici tonalità, evoca amore e disperazione, ma l’artista ne contiene l’effetto emotivo in “un’organizzazione spaziale quasi rigorosa alludendo ad una celata ambiguità espressiva” per dirla con Roberta Vanali.
La gestualità pittorica viene contenuta dall’effetto ripetitivo del rullo che scorre sulla tela. Si crea una scansione che in Vertebre rosse, Bozzetti e
“C’è molto ritmo” nell’opera di Elisabetta Falqui. Usiamo l’espressione di uno dei più grandi pianisti contemporanei, Lonquich Alexander, che così descrive il passo cadenzato dell’artista. Ma inaspettata arriva la corsa, il percorso diviene accidentato e la sgocciolatura narra di un’improvvisa e incontrollata forza espressiva. Nelle opere più recenti la ruggine rossa viene sostituita dalla ruggine grigia, gradazioni tonali che metaforicamente conducono fino al Sinus Meridiani del suolo marziano. Equatore del pianeta rosso, linea equinoziale di bianco e nero che demarca un ulteriore passaggio, in cui gli elementi cromatici si stemperano nel grigio (come in Evanescenza e Pioggia). Come a presagire una stagione di maggior pacatezza interiore.
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