Se gli anni Novanta furono per le repubbliche ex-sovietiche un periodo di grande cambiamento e di grandi speranze, i lavori di Progressive Nostalgia (a cura di Viktor Misiano) raccontano una transizione non ancora compiuta e sogni di sviluppo che iniziano a vacillare. Sono oltre quaranta gli artisti che, provenienti da dodici diversi paesi dell’ex-URSS, occupano i due piani del Museo Pecci e gli spazi esterni, per gettare uno sguardo su realtà spesso marginali rispetto ai circuiti dell’arte consolidati.
Numerose le opere di artisti under-trenta e tra queste un folto numero sono realizzate dai membri della Radek Community di Mosca. Gli striscioni di David Ter-Oganjan (Rostov sul Don, 1981; vive a Mosca) calano dalle pareti esterne del museo e riproducono gli slogan ‘classici’ dei movimenti di sinistra occidentali, cancellando lettere e sillabe fino a renderli irriconoscibili. All’interno invece è visibile la serie Flashing Families (2003) di Maxim Karakulov (Mosca, 1977), che improvvisa ritratti di famiglia per strada con i passanti, e la performance Exercises (2006) di Petr Bystrov (Mosca, 1980) che, vestendo i panni di artista di strada, in via Dante a Milano si prepara per venti minuti con esercizi ginnici ad una performance che mai realizzerà.
Spaesamento e perdita di valori comuni vivono anche nell’esperienza del duo lituano Nomeda e Gedeminas Urbonas (Vilnus), presenti quest’anno alla Biennale di Venezia, che a Prato espongono un suggestivo allestimento che ripercorre alcuni momenti del loro tentativo di creare e far vivere uno spazio pubblico di confronto in un ex-cinema nella città di Vilnus. La ricerca di identità forti è invece beffata dall’ucraino Illya Chichkan (Kiev, 1967) che con L’inno (2006) si prende gioco dei nuovi “clan” politici al potere e le loro ambizioni nazionalistiche irridendo l’inno nazionale.
Ma se la conoscenza dell’altro, in questo caso dei paesi ex-comunisti, è innanzitutto uno sguardo su se stessi, questa mostra dà un’immagine dell’Occidente ambigua: questo è talvolta una frontiera mitica verso cui tendere ma è anche un luogo di disillusioni. Un nostalgia progressiva dell’occidente emerge nell’opera di Pavel Braila (Chisinau, 1971, vive a Berlino) Welcome to EU (2006), in cui organizza una performance per festeggiare l’ingresso della Moldavia in Europa (in realtà mai avvenuto) organizzando un rituale in cui stampa sulla copertina blu dei passaporti moldavi le stelle gialle della bandiera UE. Yelena Vorobyeva (Turkmenistan, 1959) e Viktor Vorobyev (Kazakhstan, 1959) invece attraversano la sterminata provincia del Kazakhstan con una troupe fotografica per ritrarre i passanti davanti a sfondi fotografici con i più importanti siti del turismo di massa. Dopo essersi sincerati che non si debba pagare, i passanti accettano di buon grado di farsi ritrarre lasciando trasparire un brivido di emozione. La gioia effimera che trapela da queste immagini è innanzitutto tragica, sottolineata dall’obiettivo fotografico che si allarga oltre i confini dello sfondo fotografico per includere il paesaggio circostante che non lascia spazio a sogni di riscatto.
Una cinica disillusione emerge invece dall’opera dell’artista lituana Egle Rakauskaite (Vilnus, 1967) che elegge a sua abitazione un supermercato in cui organizza happening con gli acquirenti. Uno dei video presenti mostra l’artista che, dopo essersi sincerata che gli acquirenti avessero provato piacere nell’acquisto, dà loro una somma pari a quella spesa per poter provare nuovamente quella gioia.
Una mostra davvero ampia e ricca di suggestioni che, probabilmente, nelle molte opere presenti e nella variegata geografia degli artisti, sconta soltanto l’assenza dal proprio orizzonte tematico della drammatica vicenda cecena.
“Siamo certi che tematizzando le mostre con problemi che hanno conquistato attenzione nella vita di tutti i giorni, il museo confermi la propria primaria funzione di laboratorio di idee e di produzione di valore…” dice Beccaglia, presidente del Museo Pecci. Questa mostra traccia una nuova significativa linea di ricerca per il museo pratese, una linea che potrebbe positivamente segnare il corso della rinnovata direzione affidata a Marco Bazzini.
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una mostra triste e datata
imparate a scrivere i nomi giusti:
Nomeda e GEDIMINAS Urbonas (VILNIUS)
Non credo sia così datata visto l'alto numero di giovani artisti. Che dia una certa tristezza, bè è la stessa titolazione a darne una dichiarazione d'intenti. E il sentimento aumenta man mano che si avanza nel percorso: dalla luce bianca e chiara delle prime stanze alla penombra delle ultime. Percorso intelligente.