La ricerca di un’identità stilistico-linguistica e l’elaborazione di una forma visibile di riconoscibilità è tema centrale nell’arte (tanto più se moderna), e viene spesso declinata attraverso modalità di reiterazione pratica o gestuale. Assiduo sperimentatore, Remo Bianco (1922-1988) ha fatto proprio della ricerca il suo marchio di fabbrica, elaborando nel corso della propria evoluzione artistica poetiche via via diverse e distintati, che hanno suscitato più di qualche disapprovazione da parte della critica più ingessata.
L’antologica padovana si apre con lussuoso biglietto da visita costituito da due splendidi Tableaux Dorés degli anni Sessanta (tanto cari a Restany) che fanno pendant su due opposti muri. Scelta quanto mai azzeccata, perché lo sguardo viene da subito catturato dall’incrociarsi delle linee di forza dell’oro sugli sfondi puri di colore. La sensazione è quella di finire in un universo magico parallelo ad Unchanted Forest di Pollock anche se il fitto accumularsi di trame e relazioni non avviene per accumulo ma more geometrico. Seguono le opere figurative degli esordi (Bianco quando era studente serale a Brera ebbe De Pisis come mentore) tra cui spicca l’autoritratto ad olio Sono demoralizzato per le pessime condizioni in cui mi trovo. In seguito il suo stile si fa più asciutto e i colori cominciano a sporcarsi, distribuirsi casualmente, macchiare la tela: i contatti con l’Action Painting e il lavoro di Baj e Fontana gli permettono di compiere il salto. Realizza così i Nucleari, come quello intenso del 1952, con fondo verde e pezzi di materia (vetri e quant’altro). Nel frattempo, non insensibile all’estetica dada, produce i primi Collages di carta, stoffa e brandelli di juta. A metà degli anni Cinquanta comincia a sperimentare anche la pittura su vetro e plexiglas che lo porterà presto ai 3D, tutti rigorosamente senza titolo, ottenuti con
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La biografia dell’autore a cura della curatrice della mostra
Il sito che porta il nome dell’artista
daniele capra
mostra visitata il 30 giugno 2005
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