Un giorno, a Milano, la polizia ha bussato alla porta di Adrian Paci (Shkoder, 1961; vive a Milano), artista albanese emigrato in Italia, presentando un mandato di comparizione. Il motivo era sconosciuto. In questura, qualche giorno più tardi, il mistero viene svelato: la polizia aveva visto alcune foto (artistiche) fatte da Adrian alle due figlie, in cui le ritraeva “marchiate” con dei timbri, quasi portassero direttamente sulla pelle i segni dell’emigrazione. Il confine tra artistico e pedopornografico può risultare labile, specialmente per i non addetti ai lavori, e la polizia italiana voleva spiegazioni. Il dialogo tra l’artista e il rappresentante della legge viene riportato in un video che nelle premesse e nel medium -una ripresa a circuito chiuso- ha dimensione del realmente accaduto, mentre nel suo procedere scivola in quella del surreale. Il video è stato proiettato alla presenza dell’artista all’interno di una selezione al MoMA di New York, che ha offerto una panoramica della sua produzione pochi giorni prima dell’apertura della personale di Paci al PS1.
L’uso della videocamera per Paci (che ha studiato in Albania come pittore) è iniziato quasi per caso dopo il trasferimento in Italia ed è diventata essenziale nella sua esperienza artistica, per la possibilità di riprendere in maniera oggettiva e di sviluppare al tempo stesso un racconto. I filmati infatti mantengono una forte aderenza con la realtà, con l’essenzialità tipica del reportage e del documentario.
Adrian Paci riprende quello che conosce bene (la famiglia, le figlie, i compaesani di Shkoder, l’Albania) per trasmettere un messaggio che conosce ancora meglio, quello dell’emigrazione, della lontananza -spaziale e culturale- tra paese d’origine e nuova patria, ma anche dell’incerto confine tra artista e ciarlatano -o, peggio ancora, pornografo!-, tra immagine artistica e kitsch, tra arte e vita di tutti i giorni.
La rappresentazione di questo “piccolo mondo” non scade mai in facili patetismi o nell’autocommiserazione, ma è anzi segnata costantemente dall’ironia e da un impertinente gusto del surreale. Così in Vajtojca (2002) Paci mette in scena la sua finta morte e assolda una lamentatrice professionista per piangere alla “veglia” (che si conclude ovviamente con una stretta di mano tra l’artista e la donna), mentre in PilgrIMAGE (2005) organizza un “ponte visivo” tra la popolazione di Shkoder e l’immagine di una Madonna a Genazzano, che secondo una leggenda è stata trasportata lì dall’Albania nel XV secolo da degli angeli.
Tre le videoinstallazioni al PS1: Apparizione (2000), Turn On (2004), presente anche alla Biennale di Venezia, e Klodi (2005), realizzata per il PS1. Mentre nella prima ritorna il tema della famiglia e della distanza (su due schermi frontali le immagini della figlia Tea da una parte che canta una canzone albanese e di un gruppo di anziani che continua la strofa dall’altra), nelle altre due si insinua con più forza il senso dell’incertezza che caratterizza la vita degli albanesi: dall’attesa giornaliera di un lavoro, all’inseguimento di una nuova patria da parte del protagonista Klodi, che racconta la propria storia simile a quella di tanti altri rifugiati, eppure unica. E ancora una volta, la follia della realtà supera la fantasia…
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Rrofshin e trashgofshin ata çë mësuan gjithqish!
Ossignur che strazio