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Archeologie del Presente | Arthur Duff. Flat All The Way Down | Studio la Città, Verona

di - 19 Giugno 2017
Doppia mostra a Studio la Città: “Archeologie del Presente”, a cura di Angela Madesani, e “Arthur Duff. Flat All The Way Down”.
La prima ha proposto il lavoro di sei artisti sul Vicino e Medio Oriente: una riflessione culturale, sociale e geopolitica filtrata dal bianco e nero o dai colori delle terre e delle sabbie, in un gioco affascinante tra antico e presente, tra non più e non ancora.
Le fotografie di Lynn Davis ci restituiscono uno stato di fatto che non esiste più: le piramidi d’Egitto prima dell’invasione del turismo di massa o le rovine di Palmira prima dell’Isis. Senso del tempo e memoria dei luoghi in una serie di stampe ai sali d’argento. Immancabile, Gabriele Basilico con il suo reportage a Beirut (1991): una città martoriata da 15 anni di guerra, i resti di un decadimento che non è dovuto al lento e inesorabile passare del tempo, all’azione dei secoli sui manufatti, ma a un’azione indiscriminata e spietata la cui ferita si può udire nel silenzio metafisico che l’assenza di qualsiasi presenza umana produce. Dal silenzio degli scatti di Basilico ai fiumi di parole di Kushari II, parte di un complesso progetto filmico di Saverio Pesapane sulla storia egiziana che ci restituisce le testimonianze di chi ha vissuto la rivoluzione e le elezioni presidenziali tra il 2011 e il 2013 nella valle del Nilo. Di silenzio però si potrebbe parlare anche in questo caso: il silenzio dell’Occidente, che assiste, osserva da lontano, filtra le notizie, circondando il dramma di quei luoghi con un’impenetrabile cortina di insensibilità, proprio come ci raccontano le opere della serie Play for me again, di Mauro Ghiglione. I tragici eventi di quelle terre dimenticate in Occidente vengono consumati solo attraverso le immagini, derealizzati dagli schermi tv, rapidamente skippati e dimenticati; Saddam, il mondo arabo, i prigionieri occidentali di una guerra quanto mai incomprensibile e ingiusta, fruiti come fossero una qualsiasi finzione scenica. Nelle opere di Ghiglione la bidimensionalità delle fotografie in bianco e nero si contrappone all’evidenza di oggetti aggettanti: nel passaggio dalla virtualità dell’immagine alla corporeità degli oggetti quei fatti diverranno forse reali, palpabili, degni di attenzione. Evidenza concreta anche per Tarek Zaki, che con History of O, dà vita a una vera e propria “archeologia del presente”: i suoi manufatti, tutti di forma circolare, appaiono come rinvenimenti da scavo ma sono in realtà oggetti di uso quotidiano appartenenti al mondo contemporaneo. I “resti futuri” di Zaki dialogano per affinità concettuale e visiva con i reperti di Massimo Gatti nella serie fotografica In superficie. Si tratta dell’inventariazione estetizzante di oggetti rinvenuti durante le campagne di scavo in Iraq alle quali Giatti ha partecipato. Insieme a vasi e cocci millenari però si mescolano proiettili e bombe a mano, depositatisi nel terreno durante le guerre recenti ed entrate impropriamente e pericolosamente nella stratigrafia.
Sguardi incrociati tra artisti arabi e occidentali per un’archeologia che non è solo rinvenimento ma è scoperta, disvelamento, presa di coscienza, memoria.
La seconda proposta espositiva, “Flat All The Way Down”, ha riportato invece in galleria una delle punte di diamante della scuderia di Studio la Città: Arthur Duff, con una selezione di lavori recenti tra laser, neon e nodi.
Il titolo della mostra propone un gioco di parole basato sul detto inglese “Turtles all the way down”: se secondo l’antica e mitica credenza la terra, superficie piatta, era retta sul dorso di una tartaruga, chi regge la tartaruga? Un’altra tartaruga e poi un’altra e un’altra fino in fondo, all the way down. Si tratta insomma di un capriccio della logica senza una soluzione finale, senza un approdo conclusivo. La traslazione proposta da Duff, che sostituisce la parola flat a turtles, amplifica il nonsense del ragionamento e contribuisce a creare quel cortocircuito di significati, spazi e materiali a cui concorrono anche le opere. Scatter Cadaver, realizzata proprio per questa mostra, ne è un clamoroso esempio: un “cadavere sparpagliato” fatto di lettere al neon (quelle che comporrebbero il titolo dell’opera stessa) infilate in una guaina di corda e rimescolate sul pavimento alla rinfusa. Dal testo all’immagine e dall’immagine al testo, fino a che il testo si fa immagine.
Jessica Bianchera
mostra visitata l’1 giugno
Dal 18 marzo al 17 giugno 2017
Archeologie del Presente
Arthur Duff. Flat All The Way Down
Studio la Città
Lungadige Galtarossa, 21
37133 Verona
Orario: da martedì a sabato, ore 9.00-13.00 e 15.00-19.00 (lunedì solo su appuntamento)
Info: +39 045 597549 www.studiolacittà.it

Si laurea in storia dell’arte contemporanea nel 2013 presso l’Università degli Studi di Verona e nel 2018 consegue il titolo della Scuola di Specializzazione in Beni Storico Artistici presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Da settembre 2013 a giugno 2015 ha lavorato in Spagna a un progetto in collaborazione con la Camera di Commercio di Santander; da ottobre 2015 è cultore della materia per la cattedra di storia dell'arte contemporanea dell'Università di Verona. Scrive per Exibart e altre riviste d’arte contemporanea come Op.Cit. Selezione della critica d'arte contemporanea; da ottobre 2016 collabora con ArtVerona nell’ambito del programma di visite guidate. Nel novembre 2016 fonda l’Associazione Culturale Urbs Picta, attiva nella promozione e organizzazione di eventi culturali al fine di favorire la conoscenza e la fruizione consapevole dell’arte contemporanea. Collabora con musei, gallerie, enti e manifestazioni per progetti di ricerca e di curatela.

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