Categorie: altrecittà

Cosa ho imparato da from here to ear (v.15)…

di - 17 Ottobre 2011
from here to ear (v.15), non è un’insolita esperienza di elementi del nostro paesaggio umano e ambientale decontestualizzati e riuniti in uno spazio espositivo (settanta fringuelli zebrati che “suonano” volando e poggiando sulle corde di otto chitarre e di quattro bassi, ciascuno connessi ad un amplificatore). Piuttosto è l’esperienza del confronto fra la natura umana e la natura animale, che si ritrovano insieme a dare forma ad un mondo cangiante in cui aleggia un  potenziale musicale variabile e sempre sorprendente. Non è il cascame di un bizzarro progetto post rock, non sta in nessuna costellazione sonica fra Chicago e Glasgow e non è neppure un impeccabile progetto di (sic) sound art.
Il punto è la domanda che l’opera pone: come dobbiamo guardarla e come dobbiamo ascoltarla? Era in effetti la questione che mi accompagnava fin da quando avevo incontrato la prima versione di from here to ear.
In from here to ear (v.15), di fatto un’immagine diventa un suono, un movimento provoca un’immagine, un suono determina un movimento, e così via in una catena di azioni e di reazioni all’infinito, in cui il tempo sembra scorrerci letteralmente davanti. Tutte insieme contribuiscono a disegnare quell’ambiente instabile, senza centro, polifonico e magico in cui un concerto senza partitura è allo stesso tempo un’installazione.

Così, lavorandoci, from here to ear (v.15), mi ha insegnato a ripensare una volta di più la definizione di installazione e la sua genealogia, tanto quanto il site-specific. O quali siano i limiti e le perversione del white cube, e come aggirarli a rischio di depotenziare (de-spettacolarizzandola) l’opera (la scelta di Cèleste Boursier-Mougenot è stata di lasciare lo spazio ‘crudo’, senza illuminazione specifica e senza intervenire sulle pareti malconce e segnate dalla storia del loro uso nel tempo, utilizzando solo materiali del luogo o provenienti dell’area circostante l’Hangar Bicocca, come erbe, piante di strada, sabbia,…).
Benchè non sia certo un’opera video, ho potuto ripensare alla definizione di liveness associata al dispositivo video e alla sua potenza nell’affermarsi come una possibilità di innestare radicalmente la dimensione temporale in uno spazio espositivo, forzando i limiti della percezione anche nel suo frustrare le necessità di consumo rapido o di intrattenimento .
Mi si è rivelato una volta di più il potenziale di fiction insediato nell’immagine fotografica e video, una cornice che a tutti gli effetti da una parte distrae la percezione dal vivo, dando l’illusione di inquadrare l’opera e di appropriarsene, dall’altra la schiaccia, relegandola al solo valore iconico, tanto efficace e suggestivo, quanto inetto.

Ho capito perché la figura del giardino mi abbia così sottilmente ossessionato nel corso degli anni e come man mano si ripresenti nelle mostre che sogno, condivido o ho la fortuna di poter realizzare.
Alla fine, rispetto alla fruizione di from here to ear (v.15), non ne ho ricavato molto.  Così come non ho appreso molto di più delle sue logiche di funzionamento.
from here to ear si accende e si spegne, appare e scompare. Ogni volta suona diversamente, senza però mai tradire la sua identità. Quello che è certo è che è molto difficile abbandonarla. E credo che questo abbia a che fare con la meraviglia.

a cura di andrea lissoni

Visualizza commenti

  • Ho apprezzato molto questo progetto, e sentirne i dettagli conferma la mia impressione. Bene

  • L'avevo vista alle Fiac l'anno scorso e mi aveva suggestionata molto, non ho ancora visto come è stata allestita a Milano, ma come progetto lo trovo divertente

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