Piccoli esperimenti rivoluzionari, in una mostra dal breve respiro che sviluppa una riflessione sui cardini dell’arte plastica. Bastano materiali semplici a Giordano Pozzi (New York, 1968) per affermare la sua idea di arte: ferro, legno, polistirolo. E soprattutto il collante della memoria e dell’immaginazione. Quanto basta per far scattare il processo creativo-demiurgico dell’artista, che dà forma alle idee platoniche, che crea non dal nulla ma nel nulla, nello spazio vuoto. La materia è strumento da manipolare con assoluta libertà, con sguardo che non vede frontiere. Diventa simbolo elementare, raffigurazione materiale dell’idea partorente, a sua volta semplicissima. L’artista vede nella mente, e ricrea nello spazio-tempo, libellule, funghi, superfici topografiche, radar e ville amene. Creazioni esposte in una stanza e su due mobili in un altro ambiente, con grande attenzione a non stravolgere, sotto le tentazioni dell’horror vacui, l’equilibrio tra contenitore (la galleria che accoglie il visitatore e le opere mettendoli in stretta comunicazione) e contenuto (le sculture e i disegni, che fungono da studi preliminari in due dimensioni ).
Nel centro della stanza è posta la scultura principale della mostra, una topografia ideale, un non-luogo che rappresenta tutti i luoghi possibili, una superficie non creata ma suggerita attraverso un telaio: spetta a chi osserva formulare con l’immaginazione i piani. Quasi un esperimento calviniano, una riflessione sul rapporto (matematico?) tra realtà e rappresentazione. Tuttavia in pochi punti –alture da cui si può dominare il paesaggio- una superficie materiale funge da appoggio per sculture più piccole, tra cui due radar che si inviano informazioni, un fungo, la raffigurazione simbolica della Malattia, una persona. Col titolo Radar Station l’artista vuole captare le emozioni di chi guarda, e al contempo trasmettere le sue.
Il foglio di carta è l’altro versante della ricerca di Giordano Pozzi, che richiamando il Costruttivismo russo e le visioni architettoniche dei grandi del Novecento, da Mies Van der Rohe a Frank Lloyd Wright, realizza studi di ville in matita e acquerello, molto luminosi, con taglio a volte fotografico, disinteressandosi della centratura dell’oggetto, che pare emergere dal profondo, talvolta dall’esterno del foglio.
Infine il video: un montaggio di fotografie in sequenza che rende il movimento, rappresenta il processo creativo dalla nascita alla distruzione della scultura. Un minuto che rende omaggio ai futuristi, fonte d’ispirazione costante per il loro sviluppo di linee di forza, superfici squadrate ed intersecantesi, stati d’animo, flussi di coscienza. Mentre il tempo si qualifica come possibilità di muoversi nello spazio anche bidimensionale, come avviene nelle immagini del video proiettate sulla parete.
La mostra, pur con poche opere, riesce quindi a sviluppare una nuova idea di opera, che non è solo l’oggetto ma l’innesto dell’oggetto nel vuoto di un contenitore. Iperspazi in cui trovano posto la dimensione mnemonica, la fantasia e lo spazio-tempo, con imprescindibile necessità di comunicazione.
marco d’egidio
mostra visitata il 5 maggio 2007
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