Fregio dal Palazzo Reale di Ninive, British Museum
Il problema del traffico illecito di reperti archeologici, provenienti soprattutto da Nord Africa e Medio Oriente, è incrementato notevolmente durante il periodo di lockdown che stiamo attraversando, arrivando a coinvolgere anche i social network più popolari, come Facebook, diventato un frequentatissimo canale di smercio. Questo è il dato che emerge da una ricerca dell’ATHAR – Antiquities Trafficking and Heritage Anthropology Research Project, progetto nato per monitorare i tentativi di vendita online di artefatti trafugati da scavi e luoghi di culto.
Katie Paul, una delle coordinatrici del progetto, ha recentemente spiegato come questo aumento della criminalità possa essere stato causato da vari fattori. Innanzitutto, i dati raccolti potrebbero essere la conseguenza dell’attuale stato di emergenza che ha reso questi luoghi, spesso già sedi di conflitti – qui un nostro report dai siti a rischio in Iran – ancor meno attenzionati dalle autorità. D’altra parte, per molti si è aggiunta la necessità di cercare nuove fonti di reddito, in seguito alla perdita temporanea o permanente del proprio impiego. Infine, secondo Paul, anche l’aumento delle ore diurne e la presenza di un clima più mite avrebbero favorito gli scavi e i conseguenti saccheggi.
La settimana scorsa, in Marocco è stata depredata un’antica moschea e le foto dell’atto sono state pubblicate su diversi gruppi privati su Facebook ma non per denunciare l’accaduto. Questo passaggio serve infatti sia per provare l’autenticità degli artefatti che per permettere agli utenti di scambiarsi consigli su come eseguire gli scavi e vendere la refurtiva.
I gruppi, inoltre, consentono di mantenere l’anonimato dei vari utenti che spesso non condividono informazioni e foto personali. Questa condizione favorisce quindi il crearsi di una fitta rete di connessioni che ostacola e impedisce di rintracciare la vendita e l’esportazione illegale dei reperti.
Come afferma Paul, spesso gli utenti fanno poi parte della criminalità organizzata e le conseguenti trattative di vendita avvengono in assenza di documenti. Questi tipi di comunicazione rendono quindi molto più complesso cercare di arginare il problema. L’ATHAR si è quindi impegnata a segnalare questi gruppi che condividono su Facebook i reperti saccheggiati e, l’anno scorso, è riuscita a chiuderne ben 49.
Nonostante ciò, nuovi gruppi vengono ricreati molto facilmente e di conseguenza rimangono molto difficili da rintracciare. Per tale motivo, la collaborazione di Facebook, che dovrebbe includere nelle sue norme il divieto di creare gruppi finalizzati alla vendita illecita, risulterebbe molto utile. Questa azione, secondo Paul, dovrebbe però essere correlata al mantenimento dei dati fino a ora condivisi nei gruppi. Queste informazioni sarebbero fondamentali per accertare la provenienza e lo stato dei beni trafugati e potrebbero costituire anche una prova dei crimi commessi.
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