Categorie: Architettura

Perturbante e in dissolvenza: la migliore architettura del 2024 non è muscolare

di - 26 Dicembre 2024

Lo ammetto, ho un problema. Ovvero faccio fatica a mettere a fuoco almeno un’opera di architettura che abbia la capacità di raccontare l’anno che ci sta salutando. Forse i nostri occhi e le menti da perfetti consumatori seriali sono stati educati a rintracciare ogni volta il “best of”, il vincitore, l’icona, il masterpiece che mette tutti d’accordo, rasserenati, adoranti e convinti in attesa del prossimo eletto. Questa consuetudine, utile per accumulare clic in rete, mi sta sempre più stancando perché mi mette di fronte alla consapevolezza che tutto viene consumato con una tale rapidità da impedire ad ogni opera di incagliarsi positivamente nella mia mente con la capacità di diventare memoria stabile, oggetto di riflessione critica e immaginifica che mi porti a guardare al tempo che abito non solo come una veloce carrellata di immagini pronte al consumo.

The Line, Neom, Saudi Arabia

Probabilmente si è completamente esaurita la carica lisergica di tutte quelle architetture neo-dinamiche, neo-futuriste, neo-ecologiche, neo-neo che ci hanno fatto brevemente sognare negli ultimi anni, perché in fondo il mercato del capitalismo maturo non sembra più avere bisogno di icone eterne ma piuttosto di esperienze pronte a consumarsi in un tempo brevissimo in attesa della prossima “experience” unica, entusiasmante e rigorosamente sostenibile. Basti pensare che è notizia di poche settimane fa il ridimensionamento radicale del progetto The Line di Neom, in Arabia Saudita, che aveva fatto sognare tanti architetti in giro per il mondo ma che, al momento, è giusto una lunga linea di scavo nel deserto pronta a farsi cancellare dai venti nell’arco di poche stagioni. Ormai anche la sovrapposizione tra reale e immateriale ha raggiunto un tale livello di sofisticatezza in rete da rendere ogni elaborazione AI interessante, ma nulla di più di un render molto evoluto dal punto di vista dell’elaborazione visiva. Sembra che ormai si siano immaginate e consumate tutte le forme possibili e le loro combinazioni, al punto che molte proposte architettoniche puntano a scomparire perché coperte di specchi o di alberi.

Notre Dame de Paris ph. EPA/STEPHANE DE SAKUTIN/Ansa

Quindi continuano a colpirmi progetti che lavorano seriamente e in maniera spiazzante su tutto quello che già esiste e che attende una metamorfosi contemporanea, dai restauri sofisticati e conservativi della Torre Velasca a Milano o di Notre Dame a Parigi, passando per la riapertura del Corridoio Vasariano a Firenze, il Centre Pompidou o il recupero di un intero isolato, a fianco Louvre, per la nuova Fondation Cartier a firma di Jean Nouvel, anticipato da un sofisticato capanno monumentale degli attrezzi completamente specchiato che ci prepara a quello che rischia di diventare uno dei progetti più eccitanti del prossimo anno. La stessa Parigi olimpionica è stata veramente interessante dove ha ripensato e utilizzato intelligentemente il patrimonio esistente.

Il Corridoio vasariano visto dall’esterno
La Torre Velasca, Milano. Ph. Luca Molinari

Gli studi di architettura interessanti non mancano in giro per il mondo, guardate in Messico (Frida Escobedo, Fernada Canales, Francisco Pardo, Rozana Montiel), Tailandia (Rachaporn Choochuey), Vietnam, Bahrein (Anne Holtrop), Belgio (Erased Studio, Jan de Vylder), Norvegia, Giappone, Colombia (Giancarlo Mazzanti), Marocco (Salima Naji, Aziza Chaouni), Spagna (Andrés Jaques, Selgascano, TEd’A, Flores & Prats) e anche in Italia (AMAA, 2050+, Balance, DEMOGO, Walter Scelsi, Sara Marini, Francesco Librizzi, Enrico Molteni, Fondamenta, VG13 architects, SET architects, Labics, BRH+, Gambardella architetti, Ossidiana, Annalisa Metta + OSA, Matilde Cassani) dove sta emergendo una relazione con le realtà e i suoi limiti fisici ed economici che porta molti studi a lavorare sulla materia semplice e cruda, con poche geometrie ben misurate, sprazzi espressivi al limite del brutale e una relazione poetica con la luce, il colore e gli spazi mai scontata che obbliga a uno sforzo di attenzione che resiste all’immediato consumo. Probabilmente nessuno degli autori e autrici che troverete in questi contesti stanno realizzando opere monumentali per scala fisica, ma forse capaci d’incidere in maniera più sottile nei contesti e con le comunità in cui intervengono. È questo un universo diffuso di opere che vanno cercate e collezionate con cura, non per rintracciare un “winner” ma per costruire nuovi paesaggi di senso in cui immaginare percorsi differenti. Ma guardiamo al prossimo anno e alle scommesse aperte, da Roma che oggi è un cantiere aperto importante con molte promesse e poche conferme, Milano che sembra affrontare con stanchezza la sfida olimpica ma in cui attendiamo il raddoppio del Museo del 900’ dopo l’apertura recente della Grande Brera. Poi l’Expo di Osaka dove molti autori e autrici di talento sono stati coinvolti. Il 2025 sarà anche l’anno della nuova Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia di Carlo Ratti e del Padiglione Italia a guida di Guendalina Salimei, prima donna curatrice invitata per rappresentare il nostro sgangherato Paese. In contemporanea aprirà la nuova Esposizione Universale della Triennale di Milano, curata direttamente dal suo presidente Stefano Boeri, il cui titolo “Inequalities” si presta a riflessioni, stimoli e visioni che speriamo radicali, perché necessarie in questo momento storico.

La Grande Brera. Modello di Modelab

Chiudiamo con i saluti a due grandi protagonisti della cultura architettonica italiana e internazionale come Italo Rota e Gaetano Pesce. Con loro abbiamo perduto due visionari spiazzanti e generosi di cui sentiremo sempre di più la mancanza perché quello che il mondo chiede all’architettura sono punti di vista corsari, irriverenti e taglienti per un mondo che sta mutando drammaticamente e chiede immaginari e poetiche differenti con cui produrre progetti e strategie alternative.

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