Uno spostamento di luogo che in maniera chiara concorre alla finalità della mostra stessa. Essa infatti si propone di rendere un valore quel duplice carattere di profondo localismo e di grande capacità evocativa di valori artistici più universali insito nel lavoro di Scarpa. Finalità questa che porta con sé una sorta di riconoscimento al maestro, essendo parte di una più vasta operazione di tutela dell’opera scarpiana messa in atto dalla Regione Veneto e dal Ministero dei Beni Artistici e Culturali.
Anche nell’edizione romana, allestita al Centro Nazionale per le Arti Contemporanee, la mostra si avvale di tre strumenti: teche luminose (contenenti i disegni prodotti da Scarpa per la Biennale tra il 1948 e il 1968); una proiezione sulle architetture e gli allestimenti del maestro per la Biennale; un video realizzato attraverso il montaggio di interviste e altri tipi di documenti filmati.
Seppur attraverso uno spazio di piccole dimensioni e attraverso l’esposizione di una sezione ridotta dell’opera scarpiana, la mostra offre la possibilità di concentrare con particolare intensità la propria attenzione sul tema del rapporto tra ideazione e progetto .
Dai disegni che riportano alcuni percorsi creativi di Carlo Scarpa , isolati all’interno di un arco temporale di 20 anni, si possono evincere tre elementi ricorrenti nell’opera dell’architetto, e cioè:
Un metodo che combina l’individuazione di una geometria matrice e quella dell’effetto spaziale e materico.
Come appare chiaro nel disegno relativo al padiglione provvisorio al Lido di Venezia (1948), o nei disegni per la facciata del padiglione ungherese (1951). Elemento questo messo in evidenza da Paolo Portoghesi in un’intervista contenuta nel video: “Il disegno è essenziale per comprendere il metodo progettuale di Scarpa…in esso riconosciamo l’espressione geometrica, l’effetto spaziale che si genera, i tratti e le campiture che ne preannunciano l’atmosfera”;
Un lavoro meticoloso sul peso della materia e sull’interazione di quest’ultima con lo spazio
In un’intervista, Scarpa stesso dice di voler realizzare una parete di pietra che possa traslare, combinando paradossalmente i temi del peso e della trasformabilità .
La rappresentazione simultanea dell’insieme e del dettaglio.
I dettagli nei disegni trovano posto come piccoli universi intorno ad una figura centrale, cosa visibile nel progetto per il rinnovo del padiglione Italia (1935-63), in quello per il padiglione del Venezuela e in quelli per l’installazione provvisoria sulla facciata del padiglione Italia (1962).
Questi tre elementi emergono dalle opere esposte come principi guida e fondamentali linee di interpretazione. Si combinano e si sciolgono all’osservazione in modo assolutamente dinamico.
Suggeriscono un percorso mentale, durante la fruizione della mostra, che è sottilmente labirintico e mai lineare. Suggestione quest’ultima che viene per così dire amplificata non solo dall’organizzazione spaziale dell’allestimento, ma soprattutto dagli sbalzi di scala, dalle rappresentazioni di suggestioni architettoniche e di elementi minuti, contenuti nei disegni stessi.
Suggestioni che di nuovo rievocano il carico di duplicità e di contraddizione che il significato dell’opera di Scarpa porta con sé.
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