Nell’immaginario collettivo occidentale la Cina è quel posto in cui un miliardo di persone circola in bicicletta, in un paesaggio a metà strada tra l’agricolo e i caseggiati popolari.
Ci si aspetta di trovarsi di fronte a mondine col cappello di paglia, a schiere di personaggi senza volto in divisa blu che affollano stradine ovattate dal vapore dei carretti dei venditori di ravioli, a faccioni di Mao sugli edifici governativi, o, al massimo, ci si ricorda di piazza Tineanmen invasa dai carri armati nel giorno della rivolta degli studenti.
Attraverso l’occhio fotografico di Olivo Barbieri scopriamo invece (per chi non lo sapesse già), che quella non è la realtà. O, meglio, non è più la realtà.
Largo quindi a grattacieli, superstrade, neon, pubblicità della Pepsi-cola e telefoni cellulari. Chiamiamola pure globalizzazione architettonica, una trasformazione del paesaggio che tende ad uniformarlo; la realtà è che ritrovandosi in una metropoli cinese potremmo facilmente avere l’impressione di trovarci nell’hinterland di una qualsiasi città europea o americana. L’effetto non-luogo è lo stesso, i canoni antropometrici tanto cari a Le Corbusier vengono puntualmente disattesi, a Shangai come a Milano Due. Ciò che colpisce maggiormente è la contrapposizione tra pieno e vuoto: il pieno degli edifici, simbolo della rincorsa al modello occidentale, massicci e già obsoleti non appena costruiti, ed il vuoto desolante delle strade, delle demolizioni all’ordine del giorno (per ricostruire edifici che a loro volta diventeranno obsoleti nel giro di qualche mese), ma soprattutto il vuoto negli sguardi dei passanti catturati in modo eccellente dall’obiettivo, sguardi spaesati e sfumati come se non sapessero cosa farsene di quel cambiamento. E la macchina fotografica di Barbieri si immedesima in quegli sguardi, selettivi eppure sfumati e deformati dalla forza travolgente e caotica del cambiamento.
giorgia meschini
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