Categorie: Arte antica

Lo sguardo del Parmigianino, tra realtà visiva e realtà materiale

di - 11 Febbraio 2021

In questi anni in cui Parma è la capitale della cultura italiana – nominata per il 2020 le celebrazioni continueranno anche nel 2021 – si mira a pubblicizzare le eccellenze di questa città e dei suoi artisti. Così si elogia la pittura squisita ed eccentrica, in passato criticata e mortificata per le sue anomalie, del Parmigianino (1503-1540), cioè di Francesco Mazzola, ovvero Mazzuoli, come lo chiama il Vasari, che scrive: «Nacque Francesco in Parma l’anno 1504, e,  perché gli mancò il padre, restò a custodia di due suoi zii», che erano pittori anche loro e si avvidero che il nipotino, appena ebbe la penna per  scrivere, incominciava a disegnare «Tanto bene, che sembrava fusse nato con i pennelli in mano».

Come nasce un ritratto allo specchio

Gli zii gli insegnarono a dipingere e poi, desiderando Francesco di andare a Roma per imparare da quei Maestri, gli suggerirono di portare con sé una sua opera. Così questi dipinse il proprio autoritratto come visto in uno specchio convesso, per cui, nel dipinto, le proporzioni del suo corpo risultano sballate. Sembra che il Mazzola abbia donato questo dipinto al Papa Clemente VII, che lo avrebbe poi dato a Pietro Aretino. Scrive il Vasari: «Il ritratto dello specchio mi ricordo, essendo io giovinetto, aver veduto nelle case in Arezzo di Messer Pietro Aretino». Quest’opera ora si trova nel Kunsthistoriches di Vienna.

A Roma, dove arrivò nel 1524, Francesco dipinse diverse opere. Ed era ancora qui nel 1527, l’anno del Sacco di Roma, quando i lanzichenecchi, mandati dall’imperatore Carlo V, misero a ferro e fuoco la città. Quindi se ne scappò e andò girovago per le varie corti. Dipinse immagini religiose, come la Madonna dal collo lungo, ora agli Uffizi di Firenze, la Madonna e il Bambino con San Giovanni e San Girolamo, ora alla National Gallery di Londra e ritratti profani, come La schiava turca, ora alla Galleria Nazionale di Parma, e come l’Antea e il Ritratto di Galeazzo Sanvitale che, insieme al profilo di una Lucrezia, si trovano al museo di Capodimonte.

Parmigianino, Ritratto di Gentildonna, detto La Schiava Turca

Questi ultimi dipinti fanno parte della Collezione Farnese che – come ha spiegato il direttore del museo napoletano Sylvain Bellenger, intervistato da Rai 5 a proposito del Parmigianino – Carlo di Borbone, re di Napoli dal 1734 al 1759, aveva ereditato dalla madre Elisabetta Farnese, seconda moglie del re di Spagna Filippo V. Le opere citate presentano anomalie nelle proporzioni, simili a quelle dell’autoritratto, che da alcuni sono state addirittura attribuite all’incapacità disegnativa del Parmigianino (!).

La realtà è asimmetrica

Ma possiamo darne una spiegazione molto diversa. Ho qui davanti la fotografia di un pastore di presepio fatto di mia mano. Quindi lo conosco bene e sono sicura che le braccia di questo pastore siano proporzionate al corpo e abbiano la stessa lunghezza. Eppure l’obiettivo della macchina fotografica ha visto – e reso obiettivamente – le braccia sproporzionate al corpo e un braccio molto più lungo dell’altro. Dal che si può dedurre che la realtà materiale del pastore è diversa dalla sua obiettiva realtà visiva.

Parmigianino, Ritratto di Galeazzo Sanvitale

Ed ecco che l’arte di Francesco Mazzola acquista un ben più alto e profondo significato. Lui è un autonomo sperimentatore, che indaga sul nostro modo di guardare e, superando le convenzioni ordinarie, afferma di preferire la verità della visione umana della realtà alla sua materialità. E raggiunge, nei suoi dipinti, un’armonia asimmetrica, quindi anticlassica, antiraffaellesca e antiprospettica – intendendo per prospettiva quella convenzionale, cioè la toscana – fatta di interne rispondenze.

L’autonomia di un alchimista

Francesco Mazzola – è stato detto, e il Vasari lo ha confermato – ben presto abbandonò la pittura per applicarsi all’alchimia. Infatti è stato un alchimista, uno di coloro che indagavano la realtà tentando strade diverse da quelle convenzionali seguite dagli scienziati canonici, i quali, con l’imprimatur dell’Autorità costituita, difendevano, affermando il loro pensiero unico della realtà, la loro posizione (un fenomeno tuttora esistente). Ma non si può negare che gli alchimisti abbiano fatto anche importanti scoperte, come quella della porcellana, il cosiddetto “oro bianco”, e tante altre sui metalli.

Pensando al Parmigianino, viene in mente il napoletano Giovan Battista Della Porta (1535-1615), filosofo, letterato, scienziato, sperimentatore (alchimista) e inventore, che studiò l’ottica e, anche lui, osservò le deformazioni delle immagini viste sugli specchi curvi. Di lui fu riconosciuto l’ingegno e la cultura espressa ma non gli furono riconosciute le tante scoperte, come quella della camera oscura e del telescopio, della quale si appropriò (ormai è cosa certa) Galileo Galilei (1564-1642). Il Della Porta, un tempo famoso, oggi è dimenticato, mentre il Parmigianino è ritornato a essere considerato un grande artista, che ora attende di essere pienamente compreso, ammirato e amato.

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