Dario Nanì, Altri fiori per camera tua, installation view, Courtesy Casa Vuota
Ricordi ancora vividi di un addio rimangono impressi sulla pelle della pittura in una melodica malinconia di narrazioni passate, ritrovate nel rimestare in un fondo di storie riecheggianti ogni incontro, ogni luogo, ogni corpo assaporato, mentre l’aria dismessa di un trasloco è racchiusa e abbracciata nei suoi accenti e adagi dagli ambienti vissuti di una casa, stratificati e attraversati dal tempo, dagli sguardi, dalle voci: la mostra “Altri fiori per camera tua” di Dario Nanì a Casa Vuota, a cura di Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo, apre un sonetto pittorico struggente in cui corpi, visi e paesaggi si corrispondono e rispondono come territori da esplorare, magnetici, seduttivi, perennemente inafferrabili e inconoscibili.
L’artista nella sua prima personale romana avvolge e conduce l’osservatore nel ritmo di giorni rischiarati da ricordanze sopite e sospirate nella vivace e vivificante cromia, appagata da una vibrante carnalità, da identità e accadimenti che restano sospesi, lasciandosi traversare da racconti reali, possibili e immaginati.
I paesaggi restituiscono frammenti dimenticati, espansi nella realtà erratica della memoria, trasformandosi in immagine perduta e carpita nella trasposizione esuberante o nell’incidenza intima del tono cromatico, appartenendo ad un tempo che, sfuggendo dalle dita, si incastona in una traccia impressa, immutabile e al contempo rinnovantesi ancora, di nuovo e sempre nel passato.
Nei verdi e negli azzurri, nei rosa sottesi e nelle tonalità scure, lo sguardo fluisce lungo sentieri delineati come ricami compositi, rivoli germogliati e territorialità tenaci che riuniscono diverse temporalità racchiuse nell’esperienza di una percezione lirica, di una intuizione estetica rischiarante asprezze ed evanescenze, brillantezze e icasticità.
Suadenze e orizzonti si collocano tra immaginazione e rimembranza percorrendo una pienezza coloristica che si rivela nella stesura compatta dei cieli e nella formatività segnica gestuale e frastagliata dell’elemento floristico, in dialogo con il chiarore etereo, con la figura o in campo assoluto, rigoglioso e pieno.
I volti e i corpi hanno il calore e la sensualità di una luce estiva che raccoglie e unifica un desiderio fissato nell’altro, nella sua fisicità e grazia corporea, a cui abbandonarsi mentre permane profondamente e misteriosamente inafferrabile.
«Il desiderio è un comportamento magico. […] Questo è l’ideale impossibile del desiderio: possedere la trascendenza dell’altro come pura trascendenza e tuttavia come corpo» scrive Jean-Paul Sartre in L’essere e il nulla: un desiderio di corpo e di sguardi restituiti o rivolti in pensieri sfiorati o mai confessati che le opere di Nanì lasciano contemplare da lontano, nel momento di un possibile smarrito e custodito giorno dopo giorno.
Nella serie di fiori che dà il titolo alla mostra, un amore concluso riappare in una rievocazione del dono floreale fittizio ed effimero conservato dall’amato come cimelio di una relazione precedente, riproposto e trasposto in una pittura agile e soffusa che ne libera, incrementa e risolve la presenza, la separazione e il richiamo.
Ulteriore reiterazione di un rifiorire di istanti fissati in uno spazio e in un tempo, attraversati dalla mente come affioramenti, tracce e percorsi di una storia non conclusa Altri fiori per camera tua si riflette in un trasloco di sentimenti e vagheggiamenti, vissuti appieno o precariamente, che trattengono passi e parti di luoghi e persone nella progressione verso un altro habitàre, nel significato etimologico di tenere e continuare ad avere.
Ho costantemente l’esigenza di creare delle forme esterne che risuonino con la mia dimensione spirituale interiore
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