Etel Adnan e Van Gogh, in dialogo ad Amsterdam

di - 2 Settembre 2022

“I colori rendono visibile ciò che la persona sta cercando di dire, ma in silenzio”. Basterebbe forse questa frase, autentica, pronunciata da Etel Adnan per spiegare la mostra a lei dedicata dal Museo Van Gogh di Amsterdam: “Color as language”. Il colore come linguaggio, appunto. La prima mostra retrospettiva di Adnan, scomparsa di recente dopo tanti anni di gloriosa carriera e di infinte battaglie (da attivista, oltre che da scrittrice ed artista), arricchita dalla presenza di ben dieci opere di Vincent van Gogh, dalle quali aveva tratto una preziosa ispirazione. Il progetto è stato sviluppato in stretta collaborazione con l’artista stessa: prima della morte di Adnan nel novembre 2021, con il museo aveva già parlato con lei (e di lei) in numerose occasioni della sua vita, del suo lavoro e di Van Gogh. Non a caso, le stesse parole sono un tema alla base della mostra che accompagnano i visitatori lungo l’intero percorso.
La mostra esplora infatti la connessione che entrambi gli artisti hanno avuto con la natura, il loro uso intenso del colore come forma di espressione e il ruolo del linguaggio nelle loro vite e nel loro lavoro. Concentrandosi inevitabilmente sui dipinti colorati di Adnan, presentati insieme a dieci opere celebri di Vincent van Gogh, tra le quali alcuni capolavori come “Il seminatore”, ma non solo.

“Color as Language”, Etel Adnan, al museo Van Gogh

Il lavoro di Adnan è indissolubilmente legato al suo background culturale misto e al fatto che ha vissuto in così tanti luoghi diversi in tutto il mondo: lingua e cultura sono concetti essenziali nella sua opera. Adnan ha iniziato la sua carriera scrivendo con passione poesie e libri pluripremiati sul suo paese natale, il Libano. In precedenza aveva studiato filosofia alla Sorbona di Parigi, dove ha avuto il suo primo incontro con Van Gogh: “Per me è stato un grande shock vedere il lavoro di Van Gogh per la prima volta. Doveva essere stato a Parigi nei primi anni Cinquanta. Venendo da Beirut, non avevo mai visto riproduzioni d’arte, non avevamo musei in Libano. […] Ricordo i suoi autoritratti. Mi stupivo che una persona potesse guardarsi con tale precisione, con tale intensità, a un livello insopportabile. Quello shock non è mai scomparso”.

“Color as Language”, Etel Adnan al Museo Van Gogh

Adnan ha iniziato a dipingere intorno a 34 anni. A quel tempo viveva in California e insegnava filosofia dell’arte. La poesia di Adnan in francese, e poi in inglese, riflette spesso sugli orrori della guerra, eppure ha detto che il suo lavoro visivo mostra il suo lato allegro. È in queste opere che Adnan ha trovato un linguaggio universale, con i colori al posto delle parole, come si può apprezzare ampiamente nell’esposizione.
“Color as Language” presenta 78 opere di Etel Adnan, 72 delle quali non sono mai state esposte al pubblico nei Paesi Bassi. Numerosi dipinti senza titolo, realizzati da Adnan alla fine degli anni ’60, offrono uno spaccato del lavoro precedente dell’artista. Molti di questi, provenienti da collezioni comprese quelle del Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain et d’art brut e del Centre Pompidou, sono combinazioni astratte di aree di colore e rivelano come per Adnan il colore fosse un’entità in sé. Le sue opere successive sono più piccole e presentano paesaggi: altro soggetto preferito dall’artista. Adnan credeva che la natura si esprimesse in modo più potente nel colore e considerava Van Gogh il primo artista ad aver osato applicarlo nella sua arte. Sostenendo che egli abbia aperto la strada alle generazioni successive di artisti. Nella mostra, Orchards in Blossom, View of Arles (1889) è esposto insieme a Adnan’s Landscape (c. 1990), uno straordinario prestito da una collezione privata in Libano. Il dipinto non è mai stato esposto prima in America o in Europa. Opere come California #9 (2003) dal Museum Voorlinden e Calm Landscape (2013) dal Musée de l’Institut du monde arabe mostrano il modo preferito di Adnan di catturare la natura.

Etel Adnan

“Non so se capirai che si può parlare di poesia semplicemente disponendo bene i colori”, scriveva Vincent van Gogh, nel novembre del 1888. E c’è chi lo ha capito davvero, come Adnan, e lo applicato fino in fondo. Per lei, come per Van Gogh, scrivere è disegnare. Non a caso avevano entrambi una padronanza del linguaggio magistrale. Per Adnan, il leporello (un libro con le pagine piegate a fisarmonica) era il mezzo ideale per unire immagini e linguaggio. Per questo la mostra presenta cinque leporelli, tra cui Journey to Mount Tamalpais (2008), un’opera vivacemente illustrata a cui è stato aggiunto un testo arabo. E non è forse un caso se in una lettera al fratello Theo del 28 maggio 1888, Van Gogh menziona anche i leporelli. Nella lettera, che è in mostra nella mostra, ha delineato le sue idee nascenti per “album di disegni originali giapponesi” con scene del paesaggio della Francia meridionale vicino ad Arles. Il suo disegno The Enclosed Wheatfield after a Storm (1889) rivela quanto il suo stile di disegno somigliasse alla scrittura a mano. “Il disegno è scrivere e la scrittura è disegno”, nelle parole di Adnan. “In una certa misura, Van Gogh scrive sulla sua tela, sta scrivendo un paesaggio”. E di questo infinito racconto, ne possiamo godere ancora oggi, noi come Adnan, e anche grazie a lei.

@https://www.twitter.com/AleCrisantemi

Nato nel 1980, è appassionato di arte, con particolare propensione per quella figurativa, collabora con Exibart dal 2008. Nonostante la formazione self-taught nel campo dell'arte, si è affermato nel tempo come esperto di pittura, partecipando alla giuria di numerosi concorsi e collaborando come corrispondente di arte e cultura per varie testate. Tra i vari incarichi per Exibart, cura oggi la rubrica Case ad Arte dedicata alle dimore degli artisti in Italia e all'estero.

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