L’Iran smentisce il ritiro dalla Biennale Arte 2026: «Vogliamo ancora partecipare»

di - 13 Maggio 2026

La 61ma Biennale d’Arte di Venezia continua a essere attraversata da tensioni diplomatiche e culturali che ormai sembrano inseparabili dalla mostra stessa. Dopo le polemiche legate al ritorno della Russia e alle proteste delle Pussy Riot, alla presenza di Israele, agli scioperi degli addetti ai lavori e alle dimissioni della giuria internazionale, anche la situazione dell’Iran torna a riaprire interrogativi sul rapporto tra partecipazioni nazionali e funzionamento dell’istituzione veneziana.

Nei giorni scorsi, infatti, la stessa Biennale aveva comunicato che la Repubblica Islamica dell’Iran non avrebbe preso parte alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte In Minor Keys, curata da Koyo Kouoh e aperta al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026. Una comunicazione sintetica, priva di spiegazioni ma che sembrava chiudere definitivamente la questione. Ora però il Ministero della Cultura iraniano smentisce apertamente l’ipotesi di un ritiro volontario, sostenendo di non aver mai formalizzato alcuna rinuncia e di voler ancora partecipare alla Biennale, seppur con modalità e tempi ridotti.

A chiarirlo è stato Aydin Mahdizadeh Tehrani, direttore generale delle arti visive del Ministero della Cultura e della Guida Islamica iraniano e commissario del Padiglione Iran, intervenuto all’agenzia ISNA. «Non abbiamo inviato alcuna lettera di ritiro né dichiarato che non avremmo partecipato», ha spiegato. «Abbiamo invece chiesto più tempo». Secondo Mahdizadeh Tehrani, nei colloqui preliminari la Biennale non avrebbe inizialmente escluso questa possibilità e anzi avrebbe mostrato un atteggiamento collaborativo.

Il nodo principale sarebbe stato il contesto geopolitico degli ultimi mesi. Il commissario iraniano ha collegato direttamente le difficoltà organizzative al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, che avrebbe reso impossibile confermare entro marzo la partecipazione definitiva richiesta dalla Biennale. A questo si sarebbero aggiunti problemi economici e logistici interni, aggravati dal drastico mutamento del valore della valuta iraniana, che avrebbe triplicato i costi previsti per sostenere una presenza continuativa nei sette mesi della mostra veneziana.

Proprio per questo motivo, l’Iran avrebbe proposto una partecipazione ridotta alla Biennale d’Arte 2026, limitata a due o tre mesi estivi, ipotesi che secondo Tehrani sarebbe stata respinta dagli organizzatori veneziani. Nonostante ciò, il Ministero della Cultura iraniano insiste nel voler trovare una soluzione. Il 10 maggio, già a Biennale inaugurata, sarebbe stata inviata una nuova lettera ufficiale in cui Teheran ribadisce la volontà di aprire comunque il Padiglione Iran, pur rinunciando ormai alla competizione per il Leone d’Oro.

Nelle dichiarazioni diffuse dall’agenzia ISNA emerge anche il coinvolgimento diretto del Ministero degli Esteri iraniano, che avrebbe definito «Molto importante» la presenza del Paese a Venezia, rilanciando i tentativi diplomatici per ottenere una partecipazione tardiva. «La nostra intenzione – ha spiegato Mahdizadeh Tehrani – è garantire una presenza iraniana a Venezia durante l’estate». Al momento, però, la Biennale non ha ancora diffuso una risposta ufficiale.

Il progetto che l’Iran vorrebbe presentare sarebbe una mostra collettiva fortemente orientata verso linguaggi tecnologici e pratiche digitali, costruita attorno a una pluralità di punti di vista. Il Paese partecipò per la prima volta alla Biennale nel 1956, durante il regime Pahlavi, ma con presenze discontinue fino alla Rivoluzione Islamica del 1979. Dopo una lunga assenza, l’Iran è tornato a Venezia nel 2003 e ha mantenuto una partecipazione più costante soprattutto a partire dal 2015. Lo stesso Mahdizadeh Tehrani ha dichiarato che la situazione attuale dimostra la necessità di costruire una strategia permanente per la presenza iraniana alla Biennale, con una segreteria stabile e un budget autonomo che renda la partecipazione meno episodica e vulnerabile alle crisi contingenti.

In ogni caso, la presenza di artisti iraniani a Venezia non viene meno. Tra questi, Abbas Akhavan partecipa al Padiglione Canada, mentre le ricerche di Farideh Lashai e delle americane-iraniane Tala Madani e Afruz Amighi sono incluse nella mostra collettiva Turandot: To the Daughters of the East a Palazzo Franchetti, organizzata da Parasol Unit Foundation for Contemporary Art e dalla iraniana Farhang Foundation. A queste partecipazioni si aggiunge Shirin Neshat, protagonista di un progetto autonomo a Venezia: una nuova trilogia filmica presentata a Palazzo Marin, promossa da Associazione Genesi e sostenuta da Banca Ifis, con la curatela di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi.

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