Eugenio Tibaldi, Balera, 2021, vista della mostra alla Galleria Umberto Di Marino, Napoli, Š Danilo Donzelli Photography
Torna il lavoro di Eugenio Tibaldi alla Galleria Umberto Di Marino, dopo lâultima personale â di una lunga serie che ha rinsaldato negli anni il rapporto tra artista e gallerista â nel 2019, nellâambito della rassegna âVisto da quiâ.
In questa occasione viene presentata parte del progetto PiĂš lĂ che Abruzzi, realizzato sempre nel 2019 e con la cura di Simone Ciglia. La linfa feconda delle periferie, che Tibaldi instancabilmente ricerca e stilla errando in lungo e in largo ai margini delle cittĂ , proviene stavolta dalla provincia abruzzese, âal di lĂ â degli Appennini. Ma di Francavilla al Mare, tradizionale meta estiva sul litorale adriatico, lâartista scandaglia ora le insidie di una marginalitĂ che è anzitutto percepita, oltre che indotta da fattori storici ed economici. Lâindagine sul territorio in cui si innesta di volta in volta la propria pratica artistica, suo costante modus operandi, è partita da un questionario sottoposto agli abitanti di Francavilla, per approdare a una serie di strutture ibride, in cui lâelemento naturale e quello domestico, il relitto tecnologico e il reperto preindustriale danno forma a composizioni in bilico tra lâorganico e lâinorganico, il vitale e lâinerte.
Montaggi di objets trouvĂŠes nel peregrinare dellâartista, testimonianze di racconti, di vite, di desideri che prendono corpo negli assemblaggi progettuali â anchâessi in mostra â prima ancora che nelle installazioni. Misurando di quella comunitĂ aspettative e disagi che vengono fuori dai questionari raccolti, da cui lâartista ancora una volta seleziona ed estrae visioni e suggestioni, Tibaldi mette sapientemente insieme paesaggi reali e paesaggi dellâimmaginario, aspirazioni e timori che prendono corpo in lavori ibridi, talvolta instabili, talaltra ironici. Se in ogni episodio si possono scorgere i caratteri di bizzarri diorami di cui non è dato sciogliere del tutto lâenigma, è nel dialogo tra opera e progetto, accostati eppure autonomi lâuno dallâaltra, che notiamo assonanze probabilmente e parzialmente rivelatrici del processo ideativo.
Associamo cosĂŹ il desiderio di un clima diverso con un ventilatore o un profilo di montagna, una propensione al contatto con lâaltro con una sorta di girotondo di corpi attorno a un televisore, un orgoglio locale emigrato con souvenir a rischio di crollo.
Negli ambienti della galleria, rischiarati solo dallâintima illuminazione delle opere, le tre installazioni ricompongono scenari che affondando le proprie radici nel vissuto della comunitĂ , ne restituiscono unâimmagine tuttâaltro che lineare, piuttosto emersione di stati dellâinconscio. Di quel luogo cioè troppo spesso lasciato in disparte e di cui sappiamo e non sappiamo, come in una chiassosa adunata festante. Una Balera, appunto.
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