L’arte non-arte di Tamás St.Turba, alla Fondazione Morra Greco di Napoli

di - 29 Novembre 2024

Che cosa vuol dire fare resistenza?  Forse si può iniziare col ricordare. È quello che è successo alla Fondazione Morra Greco di Napoli, dove è stato proiettato Centaur il film, censurato nel 1975 e ritrovato nel 1983, dell’artista ungherese-svizzero Tamás St.Turba che, in questa occasione, ha condotto anche l’azione performativa Czechoslovak Radio 1968, nell’ambito di un progetto curato da Petra Feriancová e intitolato IPUT (International Parallel Union of Telecommunications – Trust.ee in bankruptcy: Tamás St.Turba): Subsist.Ence Level St.Andard Project 1984 W (or This is What has Become of the Unicell).

Tutto inizia nel 1968, in Ungheria, quando St. Turba fonda la IPUT International Parallel Union of Telecommunications sotto il nome di Parallel Course / Study Track, il cui obiettivo è la realizzazione del Subsistence Level Standard Project 1984 W (SLSP1984W). L’artista, che si considera un realista neo-socialista, ha iniziato la sua “non arte” dopo una produzione artistica tradizionale, fatta di diverse azioni e linguaggi che spaziano da poesie concrete, visive e di azione, a composizioni, sculture, foto, video, mail art.

Alla presentazione di Centaur, realizzato tra il 1973 e il 1975, ha raccontato così la scelta del titolo: «Penso che tutti gli artifici che producono gli uomini siano un centauro, un uomo e un cavallo insieme. L’umanità produce un centauro, come una sedia, la cui parte umana è la funzione. Il film è un centauro, l’immagine è un cavallo e le voci sono la parte umana. Noi siamo abituati al centauro. Quello che vedete esiste, quello che sentite è un’utopia».

Le ambientazioni del film passano da un paesaggio desolato a un’azienda tessile, quindi l’interno di una caffetteria, un campo arato da donne che ridono, la mensa di un refettorio, una sala d’attesa, una catena di montaggio, un dormitorio dove si assiste a una partita di calcio, una fabbrica di spazzole. In tutti questi luoghi si ascolta una serie di dialoghi in cui si alterna una rappresentazione visiva classica del lavoro, con protagonisti operai e contadini, contrapposta a una rilettura dei dialoghi di stampo riformista. Nei dialoghi, infatti, si sovrappongono discorsi di vita privata con altri sulla «Nascita di una nuova coscienza», sul fatto che «Il lavoro non è economico», si discute di produzione e di sabotaggio e «Di mescolare utile e inutile».

«Qui non cresce l’erba» e «L’uomo non ha origine terrestre» si ripetono nel film come «Una nevrosi da ripetizione», così come le parole della canzone Farewell, intonate da un’operaia che sogna di andare via, di emigrare in un paesaggio sconosciuto, risuonano nella mente quando i dialoghi si spostano su temi come la guerra, la libertà, il denaro e il commercio, che denunciano il crollo sociopolitico che ha segnato la storia dell’ex Cecoslovacchia, divenuta Repubblica Ceca solo 25 anni fa.

Con l’installazione Czechoslovak Radio 1968, St.Turba riunisce in una delle sale di Palazzo Caracciolo di Avellino, sede napoletana della Fondazione, diversi “mattoni- radio”, della propria produzione, tra cui quello di Documenta 13, del 2011. Il mattone rosso dipinto con vernice gialla allo zolfo, fa riferimento a un evento reale, avvenuto in occasione dell’invasione della Cecoslovacchia nel 1968, da parte dell’esercito dei Paesi del Patto di Varsavia.

Nonostante il veto di ascoltare le trasmissioni radio, le persone risposero alla censura realizzando delle “radio in mattoni”, attaccando antenne e dipingendo quadranti sui mattoni. Queste finte radio si diffusero tra la popolazione che fingeva di ascoltarle per protesta ma furono comunque confiscate dall’esercito, forse per paura che potessero essere apparecchiature audio nascoste.

L’artista ha voluto ridare alla sua azione quel significato partecipativo che aveva avuto nel ‘68, attraverso un laboratorio in cui i partecipanti, attraverso i suoi racconti, hanno potuto realizzare delle radio-mattoni, utilizzando una miscela di caffè al posto dello zolfo. Non è un caso che questi «Dispositivi anarchici» siano uno dei primi esempi di connessione tra media artistici e attivismo e rappresentino, per St. Turba, «Un’arte non-artistica per e da tutti».

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