Marialba Russo. Quando l’ombra pensa

di - 27 Giugno 2021

Probabilmente la casa se l’è scelta a sua immagine e somiglianza: un piano terra in un palazzetto dalla facciata austera nel cuore di Roma, dove la storia degli edifici scorre per lo più tra il Seicento e il Settecento. La via è quasi deserta quando arrivo. La luce di un sole quasi ferragostano sembra sul punto di far esplodere l’azzurro del cielo dell’Urbe. Il taxi mi lascia davanti al civico richiesto. Citofono. Non si apre il portone, ma una porticina laterale. È quella di uno studio dalla severa forma squadrata. Immerso nella penombra. Dovunque libri. Presto mi accorgo che sono all’interno di una specie di fortezza dell’anima o, meglio, di un perimetro fisico di sicurezza a cui è stato affidato il riserbo della propria vita interiore. All’interno scorgo, infatti, un giardino inaspettato: un pezzo di campagna sorrentina misteriosamente approdato in piena città, tra asfalto e sanpietrini. Tutto prato naturale da cui fa capolino una specie di antologia degli agrumi: limoni, aranci, mandarini, chinotti, persino un bergamotto che – come ripete orgogliosa la mia ospite – di solito cresce solo in Calabria. Per un momento mi sembra di essere andato in gita fuoriporta, in mezzo ai campi, se non fosse per i panni stesi dell’edificio difronte, per qualche clacson intermittente e per il vocio cantilenante dei bambini dell’asilo adiacente. Ci proteggiamo dalla canicola della giornata all’ombra di un limone, e comincia l’intervista. È strano, mi ero fatto un’idea diversa di Marialba Russo: rigore, severità al limite dello scostante. Eppure basta osservarla alla luce che filtra attraverso il giunonico gelsomino alle sue spalle, per ritrovare in lei un senso di dolcezza, di leggerezza, di accoglienza, con cui mi introduce all’interno dello “spazio segreto” del suo lavoro.

Marialba Russo, Cult Fiction (della serie), 1978-80. Stampa su carta blueback. Courtesy l’artista

«Quello che informa la mia ricerca consiste nell’individuare il momento in cui la porta si apre sull’inconscio, su una memoria non risolta. Mi interessa allora ripercorrerla, scoprirne le radici, darle una possibilità e una funzione. Con fotografie in bianco e nero, perché il pensiero nasce in bianco e nero. Il colore è una sovrapposizione». Esordisce così Marialba, e mi appare chiaro come non sia la sua mente a muovere l’immagine, ma ciò che risiede in una sfera poco accessibile, all’interno di quel piccolo uscio socchiuso sull’inconscio. «Se considero la mia trilogia, iniziata nel 1994, mi accorgo come il primo volume, l’Incanto, sia un tutt’uno tra me e mia madre. Un viaggio interiore profondo, fisico, simbolico, dolorosissimo, vissuto precipitando senza percepire l’essenza del vuoto. Come un precipitare e arrivare a un punto e capire delle cose. E immediatamente distaccarmene. La figura di mia madre è stata la fonte di questo scuotimento delle mie articolazioni più intime che si riversava poi in ciascuno scatto fotografico. Tutte e tre i racconti della trilogia, quindi anche Confine e il terzo ancora in corso di realizzazione, si fondano su una fuga da sé e su un sogno, nel senso della scoperta del proprio io. Ogni volta che svelo un pezzo di me stessa sono felice e cerco di ricordarmelo: è un’emozione sospesa tra il ricordo, la memoria e la luce». Sono queste ultime tre parole a farmi comprendere meglio l’origine dell’ancestrale interesse di Marialba per l’antropologia, sin dagli anni Settanta, dalla sua collaborazione con Annabella Rossi e la cattedra dell’Università degli Studi di Salerno. Sono i tempi in cui impugnava una nikkormat con un 35mm, per documentare il teatro comunitario e di strada di Toni Ferro e, poi, la messa in scena delle feste popolari. Dalle pratiche dei devoti alla Madonna dell’Arco, ai tormenti dei flagellanti e dei battenti dell’Assunta a Guardia Sanframondi, fino al Carnevale e ai suoi travestimenti e licenze.

Marialba Russo al Centro Pecci di Prato con Cult Fiction, ph. © Margherita Villani

«Ho sempre lavorato, e continuo a farlo, sulla gente, sulle persone nel momento della festa, quando almeno per un giorno ognuno può liberarsi da quello che è costretto a tenersi dentro tutto l’anno. Sono attimi unici da leggere tra le righe, in modi diversi catartici, a seconda che predomini l’aspetto religioso, irrituale o rivoltoso. E c’è anche un aspetto erotico, a partire dall’amore per il santo, per la Madonna, manifestato toccandone le statue, baciandone le raffigurazioni, per sentirli come parte viva di sé». Sì l’erotismo, “devozionale” e laico, è uno dei fili rossi che si dipana tra i suoi cicli fotografici, da quel primo Quaderno dello Sguardo dal titolo Al ristorante il 29 settembre 1974, una pubblicazione clandestina, autoprodotta a Torre Annunziata con una macchina per la stampa di etichette per passate di pomodoro, così da smarcare la censura degli editori dell’epoca. Il suo obiettivo fotografico, infatti, in una trattoria di Ospedaletto aveva catturato un intenso ballo erotico tra due uomini provenienti dal santuario della Madonna di Montevergine.

Al ristorante il 29 settembre 1974, fotografia di Marialba Russo

Cult Fiction è invece il nome della sua serie dedicata ai manifesti dei film a luci rosse apparsi nelle strade di Napoli e Aversa tra il marzo 1978 e il dicembre 1980, recentemente esposta per la prima volta al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. «In questo caso mi interessava indagare sul rituale tutto maschile del cinema porno, quello crudo da caserma, individuando i segni di una società in trasformazione, capace di assistere a una nuova tolleranza nei confronti della fortissima richiesta di sesso esplicito. Donne disposte a farsi filmare e a farsi guardare, ma anche a condividere la rivoluzione dei costumi in atto». Guardo l’orologio e mi accorgo quanto il tempo sia scivolato. Mi accomiato, per il momento. Tornerò. Marialba mi accompagna alla porta con quello stesso sorriso affettuoso con cui sua madre ha vinto le “battaglie casalinghe” proto-femministe nella prima metà del secolo scorso. Ancora penombra tutt’intorno a noi. «Io amo più l’ombra», mi confessa sulla porta. «La luce scopre, ti abbaglia, esegue. L’ombra invece pensa».

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