Paesaggio con pesci: la pittura di Luca Zarattini, tra barocco e contemporaneo

di - 30 Novembre 2022

La galleria Mood|project di Dino Morra, per la prima personale a Napoli di Luca Zarattini, ha presentato il progetto espositivo “Paesaggi con pesci (Omaggio a Giuseppe Recco)”. Negli spazi della galleria sono stati esposti 15 dipinti e quattro sculture in ceramica del giovane artista di Comacchio, nato dove il guizzo delle anguille disegna l’argenteo brulicare dell’acque. Nelle opere esposte risalta il rapporto viscerale, per identità geografica, con il mare e con i sui elementi vitali: luce, pesci o abissi. L’artista riformula gli elementi restituendo all’osservatore lo sviluppo mentale e sensoriale della sua personale visione.

Luca Zarattini, Fish like a bomb #4, 2022, tecnica mista su tela, 140x100cm

Il progetto che hai presentato a Napoli rievoca, in maniera del tutto personale, il tuo legame emotivo e il tuo riconoscimento alla natura morta di Giuseppe Recco (Napoli, 1634 – Alicante, 1695). Come nasce il legame con l’artista barocco e perché è stato così decisivo, visto il completo stravolgimento dei canoni figurativi e naturalistici che lui ha rappresentato?

«Il mio rapporto con Giuseppe Recco è nato in maniera assolutamente casuale. Per anni, in casa, mi sono trovato di fronte alla riproduzione di un suo dipinto. Era una stampa incorniciata appesa a circa tre metri da terra. Dalla lunga distanza, con uno sguardo incuriosito ma un po’ distratto, ho sempre creduto che fosse un dipinto informale, una sorta di Vedova dal gesto meno nitido, finché, dopo anni, un giorno decisi di avvicinarmi a essa e mi accorsi che in realtà quei segni erano una grande ammucchiata di forme inseriti in un paesaggio. Pesci su pesci, nello specifico. Rimasi assolutamente sbalordito. Aprii la cornice e sul retro della stampa non c’era nessuna informazione in merito all’artista in questione. Capii immediatamente che si trattava di un pittore del seicento, il problema era capire chi fosse. Mi interessava il suo nome. Dopo una lunga ricerca riuscii a trovare su internet la stessa immagine con la quale avevo a che fare quotidianamente: Giuseppe Recco. Non lo avevo mai sentito nominare fino ad allora.

Era un pittore napoletano, veniva da una famiglia di pittori tutti di grandi qualità ma lui era il più affine al mio sentire. Continuai le mie ricerche per immagini. Sontuose nature morte con fiori, pani e frutti, ma a me interessavano i suoi accumuli di pesci, molluschi, crostacei, anguille. Questi erano trattati con una pittura preziosa, tragica e sensuale, come se i pesci accumulati uno sopra l’altro fossero ritratti a mezza via tra una scena orgiastica/dionisiaca e una strage degli innocenti. Composizioni dove caos e ordine si strutturano attraverso una visione che, rivista con lo sguardo dell’oggi, tenta di spingere la figurazione – nonostante essa sia maniacalmente dettagliata – spesso al limite del riconoscibile, quasi come se si stesse sfaldando proprio dal suo interno.

Questa tensione formale innestata ad una pittura così viscerale me lo hanno fatto sentire immediatamente vicino. Elementi, questi, che sento estremamente in dialogo con la mia ricerca pittorica, dove l’immagine si costruisce mediante lo sfaldamento e il rimacinarsi di altre immagini precedentemente digerite e rigettate sulla tela.

Mio nonno da buon comacchiese lavorava per l’azienda valli di Comacchio ed era un pescatore di anguille. Tutti i pomeriggi veniva a trovarmi in studio per vedere cosa stessi combinando e dopo avermi lasciato come dono una caramellina mi raccontava un po’ delle sue esperienze. Tra queste me ne rimase impressa una. Negli anni Cinquanta portava le anguille proprio a Napoli compiendo un difficile viaggio con i mezzi di allora: navigando con la maròta (tipica imbarcazione comacchiese per il trasporto delle anguille) arrivava fino ad Ancona per poi caricare i pesci sul treno che lo portava fino a Napoli. Proprio quei pesci che Recco vedeva sul banco delle pescherie già nel Seicento».

Luca Zarattini, Forme dal profondo del mare #3, 2022, tecnica mista su tela, 50 x 50 cm

La tua pittura si ridefinisce tramite una riformulazione figurale che io definisco, in generale, Egoforma. Rappresenta, cioè, un orientamento soggettivo e identitario ego-individuale che si sottrae al “pensiero unico” ego-dominante. Da dove parte questa ristrutturazione dell’immagine e come avviene la modifica del bagaglio visivo che assorbi esternamente?

«Sono sempre più convinto che la pittura ha il compito di restituire all’osservatore una sensazione e le arti in genere hanno il potere di creare altri possibili mondi. Questo avviene distanziandosi dal dato mimetico e retinico dell’oggetto rappresentato cercando altre forme che possano arrivare direttamente ai sensi, al sistema nervoso, alla pancia dell’osservatore. Mondi sinestetici, dove ordine e caos generano suono. La mia ricerca spinge la figura sempre di più verso il suo disfacimento. Strappi, cancellature, incollaggi si stratificano dando origine ad altre immagini come somma delle precedenti. Immagini non precedentemente pensate ma nate durante l’atto stesso del dipingere.  Questo approccio mi è utile per rimescolare le carte in tavola, per mantenere una freschezza gestuale e per aprire l’immagine stessa verso il lato più vitale. Recco usava il pennello come un bisturi per aprire ferite ai suoi pesci. Io quei pesci li ho mangiati, digeriti e rigettati in altre vesti al mondo».

Ormai, da meno di un decennio, c’è una nuova generazione di artisti italiani, seguita da me con interesse, che ripropone soprattutto con la pittura e con la scultura una personale forma comunicativa che definisco O.S.F. (opposizione simultanea figurale). Ciò che accomuna questi artisti, a parte un forte carattere identitario nella loro espressione, è l’opposizione ai due filoni generalisti, al netto delle influenze, che si sono caratterizzati negli anni ’60 e che ancora vivono di nostalgiche, seppur forti, riproposizione: la Pop Art e l’Arte Concettuale. Come è avvenuta questa scelta di “radicalizzarti” nel tuo percorso figurale?

«Quando parli di figurale ti riferisci alla definizione di Jean-Francois Lyotard poi usata da Gilles Deleuze per analizzare il lavoro di Bacon? Se per figurale intendiamo l’utilizzo della figura che non cerca un rapporto mimetico con il reale ma scatena un disordine tra i sensi evitando la narrazione allora sono d’accordo con te.  Bacon ne è stato assolutamente un maestro. In questo periodo non penso spesso al suo lavoro ma credo che la mia ricerca in parte ne derivi da una sua costola. Ma oltre a Bacon credo che il mio lavoro esista grazie anche al lato più Pop di David Hockney che guarda alcuni film di Jim Jarmush mentre ascolta i primi dischi degli Zu. Insomma: mi piace pensare che siamo il risultato di tutto ciò che divoriamo e non appartiene alla mia attitudine identificarmi in una specifica corrente. Per questo mi comporto come una spugna, cerco sempre con curiosità di attingere il più possibile e di rubare quello che mi interessa da tutto ciò che mi circonda. Non voglio pormi nessun limite né preconcetto. Proprio per questo non credo di aver compiuto scelte radicali verso un determinato percorso, ma spero di aver semplicemente assecondato e di continuare ad assecondare la mia ricerca nel modo più autentico possibile».

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