Installation views, Rodrigo Hernández, Pedigree, Galleria Campari, Ph Marco Curatolo
L’artista messicano Rodrigo Hernandez (1983; vive tra Lisbona e Città del Messico) è stato selezionato da una giuria internazionale per la seconda edizione del Campari Art Prize, nato da una collaborazione tra lo storico marchio milanese Campari e Artissima, la grande kermesse torinese dedicata all’arte contemporanea. Con un brief molto preciso – «trovare in fiera un artista under 35 con una pratica rivolta alla narrazione e al pop», ci ha spiegato la curatrice del premio, Ilaria Bonacossa – i giurati hanno orientato la loro scelta su un bassorilievo figurativo in metallo di Hernández che ricorda da vicino la ricerca, tuttora in corso, di The Shadow of a Tank.
Sottili fogli di ottone, riconfigurabili su una griglia di legno come in un gioco di tessere, compongono la monumentale installazione in forma di fregio presentata ad Art Basel Statements 2018 dalla Galleria Madragoa.
Con la stessa idea di “narrazione visiva” tratta dal muralismo messicano, Rodrigo Hernandez presenta negli spazi di Galleria Campari a Sesto San Giovanni l’inedito progetto espositivo “Pedigree”. Dopo una visita all’Archivio storico, l’artista è rimasto affascinato dalla storia pubblicitaria dell’azienda e, in particolare, da un pionieristico logo che si trova su tutte le bottiglie del Bitter Campari: due cani che guardano in direzioni diverse. «Ho trovato questo stemma molto impressionante perché è intelligente creare un’immagine con una croce, un simbolo emblematico, archetipico, ma con due cani», ha raccontato Hernandez. Partendo da zero, Campari ha creato, in un certo senso, un suo pedigree aristocratico che, insieme al romanzo autobiografico Un pedigree di Patrick Modiano, interviene a creare la storia fictionaria elaborata da Rodrigo Hernandez per la sua “Pedigree”.
Otto sculture sullo sfondo di una carta da parati optical, sovvertendo i colori del francobollo postale del 1924 con il cane e lo spiritello iconico di Campari, che secondo Bonacossa, «Disturba il tuo guardare, ma immette anche le sculture in un mondo pop, come fossero degli oggetti d’uso». I loro riferimenti, le idee e immagini provengono da molti luoghi e contesti. Dalla storia della scultura mesoamericana, al modernismo.
E poi Fortunato Depero, Oscar Niemeyer, il Cubismo. Animali, figure antropomorfe, astrazione; a volte sembrano bandiere, a volte conchiglie. Sono sculture che nascono come piccole architetture fantastiche, a mano libera sulla carta e, attraverso esercizi di statica, riescono a stare in piedi in un gioco tra simmetria, bilanciamento e il loro contrario.
«Mi piace testare l’elasticità di una serie di sculture: quanto possono andare in là, quanto la loro idea si estende per diventare un altro soggetto», ha spiegato entusiasta Hernandez. Proprio perché ha la tendenza a lavorare con serie “aperte” di elementi impazziti che si contaminano e aprono al nuovo. Come la scultura metafisica “sbilanciata” che, in una sintesi di contrasti, chiude la mostra. Totalmente diversa dalle altre, è un filone di nuova energia che si immette e trasforma.
Anche se il lavoro di Rodrigo Hernandez guarda più al passato che al presente – e lui stesso ama perdersi nei musei storici, messicani ed europei, più che in quelli contemporanei – non può essere definito nostalgico. «Le mie sculture hanno una storia inventata e divertente, non sono oggetti archeologici», ha precisato l’artista. Sono montaggi scultorei così eterogenei e impastati, potenti e frenetici, da modellare il futuro, tuffandosi con impeto nella storia di Campari. Nella bottiglietta fiammante del Campari Soda disegnata dal geniale Depero.
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