Berlinde De Bruyckere, Same Old, Same Old, 2025, exhibition view Galleria Continua, San Gimignano. Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA, Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
Non è una retrospettiva. Si tratta piuttosto di un viaggio libero nel proprio passato per Berlinde de Bruyckere, scultrice belga nota per le sue opere spesso legate al corpo, che trattano di fragilità e sofferenza umana. La mostra Same old, Same old è un progetto realizzato per la fiera Frieze Masters di Londra, in cui gli artisti sono invitati a riproporre dei lavori di vent’anni prima, a partire dal 2000. Il corpus di lavori è ora in mostra alla Galleria Continua a San Gimignano, fino al 19 aprile. «È una fatica utile anche agli artisti: andare a dare un’occhiata a quello che hanno creato, vale l’emozione e le riflessioni che ne conseguono. È un’idea in cui noi crediamo molto per continuare a proporre sempre cultura anche in ambiti di mercato», ci spiega Lorenzo Fiaschi, uno dei tre soci fondatori di Galleria Continua. Un dialogo tra passato e presente per ricomporre un album di immagini sfogliando le pagine del proprio archivio personale. Non è facile ri-avventurasi nei propri precorsi di creazione: emergono memorie, sentimenti ed emozioni che bisogna riattraversare. Ma il rapporto tra gallerista e artista è un dialogo continuo. Così a noi arrivano dei “tesori ritrovati” come quelli nella mostra Same old, Same old, da Continua (una delle tre insieme con quella di Yoan Capote, l’artista cubano in Ruido Blanco e Instrument, l’organo dell’artista ucraina Zhanna Kadyrova che al posto delle canne ha missili caduti).
Per l’esposizione di Berlinde de Bruyckere in contemporanea è uscito anche il libro della serie Ori, il catalogo realizzato in occasione di Frieze Master. «Ho sentito una responsabilità. Era il momento giusto per andare a rivedere dei miei lavori di più di 20 anni fa», racconta l’artista belga a exibart. «Dopo anni di astrazione, sono tornata al corpo, un interesse legato al periodo del Covid dove c’erano corpi soli e abbandonati, circondati da tanti angeli capaci di cura. E mi si è ripresentato il tema del corpo sociale. Ho riaperto il libro con l’opera del Giorgione, uno dei miei più importanti riferimenti, che ha ispirato i miei primi “angeli della morte” dipinti 20 anni fa. In particolare, il Cristo morto sorretto da un angelo». E così, all’ultimo piano dell’Hotel Leon Bianco sono tornati gli angeli della morte, le gabbie, le coperte, i corpi frammentati e antropomorfi, i topoi della de Bruyckere fin dalle origini. Sono opere iconiche che possono essere considerate rappresentative di filoni di ricerca successivi nella sua produzione.
«Ho scelto questi lavori perché mi sono sembrati quelli più legati alla situazione attuale. Un esempio sono le gabbie (delle serie Kooi), anche se quando le ho dipinte ho messo al loro interno delle coperte, che non sono solo materia, bensì luoghi di memoria per chi è migrante e simbolo di accoglienza. E ho aggiunto delle pennellate di colore. Ora non lo farei più. Quando ho realizzato queste opere avevo speranza che la situazione migliorasse. Purtroppo, non è successo. Ma oggi il tema ritorna, perché il mondo è più crudele e più sofferente». Così il titolo Same Old, Same Old, diventa una constatazione di una ciclicità dolorosa che percepiamo entrando in una sorta di conversazione intima con le opere permessa dallo spazio dove sono esposte: un antico appartamento con le pareti scrostate e una vista sulla piazza e sul borgo trecentesco. Si parte dalla teca che costeggia il corridoio, che racchiude una serie di disegni a inchiostro nero (1987), una sorta di quaderno di appunti per le opere successive. A partire dalle gabbie della serie Kooi (1989), dei disegni sul motivo della gabbia come degenerazione claustrofobica della casa-rifugio. Questi bozzetti, oltre a rappresentare la fase progettuale di alcune sculture da lei realizzate come quella esposta: una gabbia cilindrica con le maglie aperte.
Un altro topos sono le coperte, che però non quasi sono mai integre nei suoi quadri e nelle installazioni. Sono abbandonate, bucate anche quando servono a proteggere e a nascondersi in cerca di una ritrovata, seppur temporanea, intimità. Tra le tante spicca l’opera iconica Spreken (1999), che rappresenta due persone nascoste sotto uno spessissimo strato di coperte che, rivolte l’una verso l’altra, interagiscono in uno spazio intimo e protetto. Così come alla fine del percorso espositivo si trova Slaapzaal IV (2000), una parte dell’installazione in situ simile a un dormitorio che Berlinde de Bruyckere ha creato all’interno di una vecchia carrozza ferroviaria per la 3a Biennale di Louvain La Neuve, in Belgio, nello stesso anno. Il letto vuoto allude a una persona, che però cercava rifugio in un luogo comunque martoriato. Il tema assenza/presenza attraversa molte delle sue creazioni.
Ma dal ricchissimo immaginario di questa artista internazionale arrivano anche altre letture del corpo come campo di battaglie: i corpi frammentati e antropomorfi dove sperimenta infiniti materiali. Dalle prime sculture che incontriamo, Zonder Titel (1989) e Zonder Titel II (2000-2025), fatte di elementi in stoffa imbottiti che pendono da sostegni in ferro. A quelli presentati alla Biennale di Venezia del 2024, con l’installazione per la Basilica di San Giorgio Maggiore, City of Refuge III, sul tema dell’angelo. Anche all’Hotel Leon Bianco di San Gimignano, in due teche ci sono sculture prodotte usando materiali come cera, legno, pelle e tessuti per comporre forme deformate o ibride, che trasmettono violenza e forza, ferite e guarigione. Un piano dolorosamente poetico della creazione di Berlinde de Bruyckere si esprime in I never promised you a rose garden (1992), una grande installazione (realizzata per la prima volta a Gand, in Belgio) con cesti e secchi riempiti di rose di piombo.
Le rose sono composte da sottili fogli di piombo e diventano, da simboli tradizionali di amore e bellezza, oggetti pesanti, freddi, statici e persino velenosi, ribaltandone il significato convenzionale e suggerendo una rottura con le narrazioni idealizzate. Alla Galleria Continua di San Gimignano, tre esposizioni di grande respiro riaffermano una convinzione condivisa: l’arte non può salvare il mondo, ma può contribuire in modo decisivo a renderlo più consapevole di sé.
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