Sologamy.org è una performance digitale dell’artista Elena Ketra. Il progetto rappresenta una dichiarazione d’amore, è l’affermazione della propria indipendenza affettiva, la presa di coscienza di sé e delle proprie capacità, forza e bellezza, al di là di diktat estetici, sociali e sessuali uniformanti. Collegandosi al sito, si potrà dichiararsi amore e sposare se stess*, ricevendo poi anche il relativo certificato, che diventerà un’opera originale e unica dell’artista. La Fondazione Solares per le Arti di Parma, porta il progetto Sologamy a Roma, dal 13 luglio al 17 giugno, all’interno della manifestazione Videocittà. Qui, attraverso un totem multimediale, chiunque potrà partecipare alla performance e sposare se stesso. Basterà dunque seguire il percorso digitale, dichiararsi amore e rispetto e accettare così il matrimonio sologamico.
Pare che il primo caso di sologamia in occidente sia avvenuto negli Stati Uniti nel 1993, quando una certa Linda Baker, per festeggiare il suo 40mo compleanno, decise di sposare se stessa, come atto di amore profondo per la propria persona. In un episodio della serie televisiva Sex and the City trasmesso nel 2003, la protagonista Carrie Bradshaw, interpretata da Sarah Jessica Parker, annuncia che si sarebbe sposata con se stessa. Sono tutti segnali di un fenomeno sociale in espansione.
Oggi, anche se non ha nessun valore legale, in molte parti del mondo ci sono persone che si sposano con se stess* per affermare la propria indipendenza affettiva. Ha fatto notizia il matrimonio sologamico di Kshama Bindu, la 24enne di Vadodara, che è entrata nella storia dell’India rompendo un tabù e affermando che tale scelta è stata dettata per condurre «Uno stile di vita che mi aiuti a crescere e fiorire nella persona più viva, bella e profondamente felice che possa immaginare». Secondo diversi report, la sologamia quindi è divenuta una realtà tangibile, non una moda passeggera ma l’espressione di un sentire contemporaneo di un’autentica rivendicazione di indipendenza.
Elena Ketra nasce a Bassano del Grappa nel 1979. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Venezia con lode, sviluppa la sua ricerca sul corpo e le modificazioni artificiali, sperimentando molteplici materiali e media. Frequenta assiduamente Amsterdam dove, attraverso mostre e residenze, approfondisce i concetti di feticcio ed estetica inorganica ispirandosi al trattato di Mario Perniola “Il Sex appeal dell’inorganico”.
Spaziando dall’estroflessione alla scultura fino all’installazione e al video, l’artista scoperchia un sottomondo popolato di bambole spogliate delle loro rassicuranti crinoline e rivestite di latex, specchi che alludono a segreti inconfessabili più che alla matrigna di Biancaneve, tirapugni trasformati in dondoli, corsetti imprigionati in quadri di pvc e borchie, presine all’uncinetto realizzate dalla nonna novantatreenne con scritte trasgressive. Favola nera e realtà contemporanea si intrecciano con ironia, rivelando la sua impronta femminile ed esoterica.
Ha approfondito il fenomeno del feticismo e il potere “magico” del feticcio, di come un semplice oggetto possa avere una tale forza attrattiva su di noi, come se vivesse di vita propria. Una sezione di corpo, un piccolo dettaglio di una “cosa” inanimata, un indumento o un certo materiale o tessuto. Il suo potere seduttivo è magnetico, è dotato di quel sex appeal dell’inorganico che suscita in noi forti sensazioni, e ricordi che toccano l’intimità. Nelle sue opere, dalla gomma, alla pelliccia, alla pelle, l’attenzione è nel materiale e nel suo dialogo con gli altri dettagli della composizione. È una fase fondamentale per poter evocare questo potere seduttivo e a tratti perturbante.
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