Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump sta mettendo sotto costante pressione le istituzioni culturali, come nel caso dell’allontanamento della direttrice della National Portrait Gallery, Kim Sajet, in una sorta di dichiarazione di guerra alla cultura “non allineata”. E anche in Italia pare si stia seguendo una traiettoria simile. È il Ministro della Cultura Alessandro Giuli a prendersi la scena, pubblicando su X un’intervista rilasciata al Corriere della Sera e mai uscita sulla testata, accompagnata da un commento polemico: «Ecco che cosa pensava ieri il Corriere della Sera prima di censurare la mia intervista». L’intervista era stata rilasciata al giornalista Paolo Conti come replica a un recente editoriale firmato da Ernesto Galli della Loggia, dal titolo Cultura lo scatto non c’è.
In un momento in cui i rapporti tra organi di informazione e istituzioni richiederebbero equilibrio e responsabilità, la parola “censura” – che significa ostacolare o impedire la diffusione pubblica di un’opera o di un pensiero – non appare come neutrale. Soprattutto se pronunciata da un Ministro, una carica pubblica ufficiale alla quale, per ovvie ragioni, non mancano affatto le possibilità di replica, anche optando per modalità piuttosto chiassose (come del resto è accaduto). La scelta editoriale di non pubblicare un’intervista, che rientra pienamente nella libertà di valutazione giornalistica e nella responsabilità professionale della testata, viene così trasformata in un gesto politico. Dunque, la mossa di Giuli sembra voler accendere il dibattito sullo scontro ideologico, coinvolgendo peraltro la sua stessa istituzione.
Giuli infatti non si è fermato qui. Dopo aver evocato il fantasma della censura da parte del quotidiano del Gruppo RCS, affonda sul fronte interno, chiamando in causa, tra le altre cose, il finanziamento del Credit tax concesso in favore di Rexal Ford, alias Charles Francis Kaufman, l’uomo arrestato in Grecia per l’omicidio di Villa Pamphilj.
Quindi, è la volta delle shortlist dei candidati finalisti per la direzione dei musei statali con autonomia speciale, tra cui il Museo Nazionale Romano, il Parco archeologico del Colosseo, i Musei Reali di Torino, la Galleria dell’Accademia di Firenze e il Museo Archeologico di Napoli. Dichiarandosi «Insoddisfatto del lavoro svolto dalla Commissione», il Ministro ha ipotizzato la possibilità di riaprire il bando, pur in assenza di vizi formali della procedura. Una posizione che solleva più di una perplessità, sia sul piano amministrativo che su quello istituzionale, visto che l’intero processo è regolato da criteri di trasparenza, legalità e competenza valutativa.
Il Ministro può infatti decidere di non procedere alla nomina e valutare soluzioni alternative ma riaprire un bando già chiuso non è una prerogativa arbitraria. Deve farlo seguendo una procedura amministrativa fondata e giustificata, altrimenti rischia di violare i principi di legalità e buon andamento della pubblica amministrazione.
Il rischio, dietro questo doppio gesto – il post polemico e la delegittimazione del lavoro della commissione di selezione regolarmente nominata – è quello di trasformare il ministero in una tribuna ideologica e le nomine museali in partite identitarie, anziché in scelte costruite sulla qualità, l’autonomia professionale e la visione culturale. In Italia, i musei autonomi sono uno degli strumenti più importanti per rilanciare la qualità, la trasparenza e l’internazionalizzazione del sistema culturale. Mettere in discussione le procedure selettive, senza portare argomenti oggettivi e verificabili, significa indebolire la loro credibilità. E nel farlo, si mette in crisi non solo il funzionamento delle istituzioni ma la fiducia pubblica nella cultura come spazio condiviso, libero e pluralista.
Ho costantemente l’esigenza di creare delle forme esterne che risuonino con la mia dimensione spirituale interiore
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